Eritrea, un anno fa la pace

a cura di Emilio Drudi

“L’inizio di una nuova era”: così è stato presentato il trattato firmato da Asmara ed Addis Abeba che, nel luglio 2018, ha posto fine, dopo vent’anni, a una guerra disastrosa. Quella guerra che, solo nel primo biennio, il più sanguinoso, tra il 1998 e il 2000, ha provocato oltre 80 mila morti e distruzioni enormi. Già, la pace ha aperto il cuore alla speranza, inducendo a credere che in Eritrea le cose potessero finalmente cominciare a cambiare. Che ci avrebbe pensato la pace in sé a spazzare via la dittatura e ad avviare il Paese verso la democrazia: lo hanno ripetuto più volte capi di governo occidentali, leader politici, osservatori, persino uomini di spettacolo pronti a cavalcare l’onda. Ma è davvero così? Certo, ora al confine con l’Etiopia non si spara più. Ma altrettanto certamente il regime non ha “fatto la pace” con il popolo eritreo: per la gente, per la vita delle persone, non è cambiato nulla. Nulla, in particolare, per i tanti che – in patria come nella diaspora – sognano un’Eritrea libera, democratica, aperta a tutti, rispettosa e garante dei diritti fondamentali di ogni persona.

E’ eloquente, in proposito, una lettera con la quale, l’undici giugno 2019, ben trenta istituzioni e organizzazioni umanitarie e di difesa dei diritti1 hanno sollecitato la Commissione Onu sui diritti umani a continuare a monitorare accuratamente la situazione nel Paese, segnalando che, in base alle informazioni in loro possesso, restano immutate le gravi violazioni evidenziate, ad esempio, nelle inchieste condotte proprio dall’Onu nel 2015 e nel 2016 e ribadite lo scorso anno dalla Commissione stessa. Un quadro di violazione sistematica dei diritti e della dignità delle persone, fatto di arresti e detenzioni arbitrarie, “sparizioni” di oppositori del regime, totale impossibilità di un processo giusto, smantellamento del sistema giudiziario, cancellazione della Costituzione del 1997, totale mancanza di libertà di espressione, di stampa, di religione, di associazione e attività politica, permanenza del servizio militare a tempo indefinito, ricorso alla tortura, lavoro forzato attraverso il servizio nazionale, impunità totale per chi si macchia di questi crimini.

La conferma di questa denuncia viene dalla cronaca quotidiana stessa. Di seguito una serie di casi eloquenti, che non pretendono ovviamente di esaurire il panorama attuale dell’Eritrea, ma che appaiono senza dubbio indicativi di quale sia la realtà del paese, al di là della propaganda e delle letture di comodo di tanti, troppi politici anche europei.      

 

Agosto-settembre 2018. L’arresto di Berahe Abrehe

Viene arrestato Berahe Abrehe, ex ministro delle Finanze ed ex delegato eritreo alle Nazioni Unite. Bloccato per strada, ad Asmara, da alcuni agenti dei servizi di sicurezza, viene fatto sparire: non si sa nemmeno in quale carcere sia finito. E’ “colpevole” di aver scritto un saggio in due libri in cui spiega la sua progressiva presa di distanza dal regime e di aver poi invitato Isaias Afewerki, poco dopo la firma del trattato di pace con l’Etiopia, a un confronto, faccia a faccia, alla Tv di Stato (l’unica fonte di informazione esistente nel paese) sulla politica condotta in tutti gli ultimi vent’anni e sui contenuti del trattato siglato ad Addis Abeba qualche settimana prima. Un invito reso pubblico da Berahe attraverso un messaggio su you tube che ha avuto un seguito vastissimo, sia in Eritrea che tra gli esuli della diaspora.

Novembre 2018. “Dov’è Ciham?” Il regime continua a tacere

Amnesty rilancia la terribile vicenda di Ciham Ali Ahmed, una ragazza di 21 anni, con cittadinanza eritrea e statunitense, arrestata quando di anni ne aveva appena 15. La sua “colpa” è quella di essere figlia dell’ex ministro dell’informazione, accusato di “cospirare” contro il Governo. La polizia di frontiera l’ha bloccata e fatta sparire nel fondo di una prigione nel 2012, dopo averla sorpresa mentre tentava di varcare il confine con il Sudan insieme allo zio. Chi viene arrestato al confine generalmente finisce in carcere per un periodo medio di sei mesi. Ciham è invece in galera da quasi sei anni, senza essere accusata formalmente di alcun crimine e, dunque, senza aver modo di difendersi. Non solo: è una detenuta incommunicando, una formula di carcerazione che ha impedito alla famiglia di vederla o sentirla anche una sola volta dal momento stesso dell’arresto. Amnesty ne chiede conto ad Isaias Afewerki con una petizione internazionale: la hanno firmata migliaia di persone in  tutto il mondo, ma neanche questa mobilitazione è riuscita a rompere il muro di silenzio eretto dalla dittatura. Lo stesso angosciante silenzio che circonda la sorte di tutti gli altri prigionieri politici, migliaia di “desaparecidos” che continuano a languire in carcere. Non ce n’è uno soltanto che sia stato liberato dopo la firma del trattato di pace.

Dicembre 2018. Attentato al generale Sebhat Efrem

La sera del 23 dicembre il generale Sebhat Efrem, ministro delle miniere, resta vittima di un attentato che lo riduce in fin di vita: qualcuno gli tende un agguato nei pressi della sua abitazione, ad Asmara, sparandogli più colpi di pistola alla testa. Trasferito morente in un ospedale degli Emirati Arabi, riesce a sopravvivere ma non ritornerà più in Eritrea. Lo raggiunge all’estero anche la moglie, che chiede subito asilo politico. E’ un episodio avvolto nel mistero più fitto: non ci sono testimoni e il killer ha agito a colpo sicuro perché, nonostante il livello della vittima, non c’era neanche un uomo di scorta. Sebhat Efrem è un personaggio controverso. Faceva parte del gruppo dei 15 oppositori, il G-15, che nel 2001 hanno messo sotto accusa Isaias Afewerki, ma all’ultimo momento ha abbandonato i compagni, riallineandosi al regime e salvandosi così dalla galera. Anzi, tornato sotto l’ala di Afewerki, è stato alla guida del ministero della guerra per circa 15 anni, fino a quando, pochi mesi prima dell’attentato, è passato al dicastero delle miniere. Nell’esercito, contava ancora un vasto seguito tanto che, prima di essere ridotto in fin di vita, era considerato uno degli uomini più potenti del regime. Forse il più potente dopo Afewerki: non a caso il suo nome circolava tra quelli dei possibili candidati alla “successione”.

Dicembre 2018. Chiusi di nuovo i posi di confine con l’Etiopia

Il giorno 28 vengono di nuovo chiusi i posti confine con l’Etiopia, aperti meno di sei mesi prima con una grande enfasi propagandistica per celebrare “gli effetti della pace”. La frontiera torna ad essere fortemente presidiata e vigilata. “Sigillata”. Si può passare soltanto se si è in possesso di un visto di espatrio. Visto che, in  linea con le disposizioni degli anni di guerra, è difficilissimo da ottenere, a causa dei vincoli posti dal servizio nazionale, la leva obbligatoria a tempo indefinito che è rimasta in vigore, esattamente come prima della firma del trattato di pace..

Dicembre 2018. Continua l’esodo dei giovani

Un rapporto dell’Unhcr rileva che, dall’indomani del trattato di pace sino alla fine di dicembre, in tutto sei mesi scarsi, sono fuggiti dall’Eritrea, approfittando della “frontiera aperta”, tra 27 e 28 mila giovani, uomini e donne. Una media di quasi 5 mila al mese, come nei periodi di maggiore esodo dal paese per sottrarsi alle angherie della dittatura. Forse è proprio per questo che i posti di confine sono stati di nuovo chiusi.

Gennaio 2019. Muore in carcere il professor Haji Ibrahim Younis

Muore in carcere il professor Haji Ibrahim Younis, docente della scuola Al Diia di Asmara. Era stato arrestato nel novembre del 2017 – insieme ad Haji Musa Mohamed Nur, preside onorario e fondatore dell’istituto, a vari altri insegnanti e a numerosi studenti – in seguito alle forti proteste provocate dalla decisione del regime di chiudere quell’antico centro di studi, la più grande e importante scuola islamica di Asmara, frequentata da migliaia di ragazzi e radicata fortemente nella vita della città. Mohamed Nur, sua guida e maestro, un intellettuale di grande prestigio in tutto il mondo islamico, era morto a sua volta in carcere otto mesi prima, dopo essersi rifiutato di lasciare la galera se contemporaneamente non fossero stati rilasciati tutti gli altri, docenti e studenti, arrestati con lui. Sottoposto anche lui al regime duro di detenuto incommunicando, la famiglia non ha saputo più nulla di Haji Ibrahim Jounis fino al giorno della sua morte, il 29 gennaio. E’ la conferma che le galere del regime sono ancora piene di prigionieri politici e che molti continuano a morirvi.

Marzo 2019. Diritti umani, l’Onu: nessun progresso dopo la pace

Ben due inchieste dell’Onu hanno denunciato, nel 2015 e nel 2016, la violazione sistematica dei diritti umani in Eritrea al punto da fare del terrore lo strumento essenziale del potere del regime. In un rapporto pubblicato l’undici marzo 2019, la Commissione Onu per i diritti umani segnala che a oltre otto mesi di distanza dalla firma della pace con l’Etiopia, non si è registrato alcun progresso e che, in sostanza, la fine della guerra non ha portato ad alcun cambiamento. L’alto commissario Kate Gilmor, in particolare, dichiara che l’Eritrea ha perso “una occasione storica”, perché il Governo non ha impostato e meno che mai attuato nessuna delle necessarie e urgenti riforme costituzionali, giuridiche ed economiche fondamentali per cambiare la situazione esistente. Viene citato ad esempio, in proposito, il cosiddetto servizio nazionale che ha durata indefinita: “Nonostante la legge preveda una durata di 18 mesi, i coscritti continuano a non sapere per quanto tempo si protrarrà la loro ferma, oltre tutto caratterizzata spesso da gravi soprusi, incluso il ricorso alla tortura, violenze sessuali e lavoro obbligatorio”.

Marzo 2019. Armi di contrabbando per l’Eritrea

Il 27 marzo il capo della Procura Militare ucraina denuncia che la polizia ha scoperto e sequestrato 36 missili terra-aria Sam S-125, un’arma di grande efficacia per la difesa antiaerea, di fabbricazione russa, destinati all’Eritrea. I missili erano nascosti in un magazzino nell’area portuale di Mykolaiv. Secondo la Procura sarebbero stati introdotti in Ucraina, alcuni anni prima della scoperta, da una compagnia di import-export russa con l’intenzione di contrabbandarli poi in Eritrea, aggirando l’embargo imposto dall’Onu. Non risulta ci siano stati commenti o chiarimenti da parte di Asmara. C’è da chiedersi se, nonostante il tempo trascorso, quel grosso “ordinativo” era ancora in vigore e se l’Eritrea era comunque in attesa della consegna, ma anche quante altre eventuali operazioni del genere restino tuttora nascoste e come mai il regime, se davvero vuole “costruire la pace”, non faccia chiarezza. “Il regime – fanno notare esponenti dell’opposizione – sollecita finanziamenti e investimenti dall’estero. Forse prima dovrebbe spiegare se ha debiti pendenti per forniture di armi di contrabbando e con chi”.

Maggio 2019. Relocation di profughi dalla Libia: Asmara contro l’Unhcr

Il governo di Asmara contesta il programma umanitario di relocation dell’Unhcr che prevede di far uscire i profughi eritrei dall’inferno della Libia, sistemandoli in Niger in attesa di poterli avviare verso un altro Stato disposto ad accoglierli. La protesta viene espressa dal ministro degli Esteri direttamente al responsabile Unhcr di Tripoli. La pretesa del Governo, illustrata dal ministro dell’informazione Yemane Meskel d’intesa con il ministero degli Esteri, è che i richiedenti asilo eritrei siano rimpatriati, a prescindere, a quanto pare, dalla loro volontà. Non risulta che sia stato specificato quale sorte attenderà i profughi una volta riconsegnati di fatto nelle mani del regime. Pressioni analoghe vengono esercitate, attraverso il governo libico guidato da Fayez Serraji, direttamente sui profughi rinchiusi nei centri di detenzione in Libia. Secondo fonti di stampa libiche almeno una settantina di giovani avrebbero accettato di tornare in Eritrea pur di sottrarsi alle terribili condizioni di vita nei campi. A molti di loro i documenti di viaggio sarebbero stati consegnati dallo stesso ambasciatore eritreo a Tripoli, all’interno dei campi stessi, per essere poi imbarcati su un aereo diretto ad Asmara.

Maggio 2019. Arrestati 5 monaci ortodossi

Arrestati cinque monaci ortodossi del monastero di Debre Bizen, situato su una montagna alta oltre 2.600 metri vicino alla città di Nefasit. Sono: Abba Markos Ghebrekidan, Abba Kidane Mariam Tekeste, Abba Kibereab Tekie, Abba Ghebretensai Zeremikael e Abba Ghebretensae Medhin. L’accusa ufficiale è quella di aver acquistato farina al mercato nero, ma secondo fonti dell’opposizione il motivo vero sarebbe una sorta di intimidazione politica contro la secolare comunità religiosa di Debre Bizen, una delle più antiche e prestigiose del paese, fondata nel 1350, che si è ribellata più volte contro l’interferenza del Governo nella Chiesa ortodossa. Non è la prima volta, anzi, che gli stessi monaci finiscono in carcere. In particolare Abba Kibreab Tekie, prelevato nel settembre del 2017 dalle forze di sicurezza del regime insieme a due confratelli.

Maggio 2019. Giovane ucciso durante una protesta contro il regime

Un giovane è rimasto ucciso il 20 maggio in circostanze poco chiare durante una protesta contro il regime: si chiamava Biniam Bereket, aveva poco più di vent’anni e viveva ad Asmara, nel quartiere periferico di May Temenay. A comunicare ufficialmente la morte del ragazzo è stata la sua famiglia, con una serie di manifesti funebri affissi in tutto il quartiere e in quelli vicini. A ricostruire come quella giovane vita è stata spezzata sono stati invece i racconti, sia pure confusi, di alcuni dei suoi compagni. A May Temay era prevista per il giorno 20 una delle manifestazioni del regime per celebrare l’indipendenza. Biniam ed altri giovani del quartiere, alcuni dei quali vicini al movimento di opposizione “Ora basta!”, hanno deciso di contestarla: si sono recati sul posto e hanno cominciato a scandire lo slogan “Basta con la dittatura”. La reazione è stata immediata, sia da parte del servizio d’ordine che di persone legate o comunque favorevoli al Governo. Nel tafferuglio che ne è seguito Biniam ha perso la vita. Non è chiaro come. Secondo una prima versione sarebbe stato raggiunto da un colpo di pistola, esploso forse da un poliziotto. Secondo un’altra, ritenuta più credibile, sarebbe invece rovinato a terra dopo essere stato colpito, non si sa da chi, con un oggetto pesante, forse un bastone o una pietra. Non si è più rialzato. Ma la morte di Biniam non ha spento la protesta. Nei giorni successivi scritte che hanno rilanciato il “Basta” urlato da lui e dai suoi compagni sono comparse in molte parti di Asmara, con una escalation che ha raggiunto l’apice nei primi giorni di giugno. Prima soprattutto a May Temenay, ma poi in atre zone: in particolare nel quartiere di Hedaga Hamus e all’interno e tutt’intorno alla grande autostazione da cui partono i bus che fanno servizio verso il centro di Asmara e quelli che collegano la capitale al suo hinterland.

Giugno 2019. Oltre 30 arresti nella comunità pentecostale

Arrestati oltre trenta aderenti al movimento pentecostale. La loro “colpa” – secondo quanto è emerso da notizie di stampa – è solo quella di essersi riuniti in preghiera in tre diversi luoghi di Asmara, contravvenendo il decreto governativo del 2002 che vieta non solo l’apertura di chiese ma persino il culto pentecostale. E’ l’ennesima conferma che in Eritrea non c’è libertà religiosa: sono ammesse solo la chiesa copta di rito cattolico, la chiesa copta di rito ortodosso, la chiesa cristiana protestante e l’islam sunnita. Si calcola che centinaia, forse migliaia di persone siano in carcere per motivi religiosi, inclusi i testimoni di Geova. Resta agli arresti domiciliari anche dopo la pace il patriarca ortodosso Antonios, arrestato nel 2004.

Giugno 2019. Chiusi gli ospedali cattolici

Il Governo di Asmara ha chiuso gli ospedali cattolici. Il provvedimento è iniziato con l’ordine alla Chiesa cattolica di consegnare allo Stato un primo gruppo di 7 centri medici – Dengela (Engela), Mogolo, Tocomba, Ambaito, Knejabir, Adi Jenum, Digsa – attivi per lo più nella regione Afar, in Dancalia o comunque nel sud, una delle zone più povere e prive di servizi, dove quelle strutture, aperte in genere presso conventi di suore orsoline, sono in pratica l’unica assistenza medica a disposizione della popolazione. Di fronte al rifiuto è scattata la chiusura. Il decreto è stato eseguito simultaneamente in tutte e sette le strutture da funzionari governativi che, scortati dalla polizia, si sono fatti consegnare le chiavi, mettendo alla porta gli operatori sanitari e spesso anche i pazienti. L’ordinanza si è poi estesa ad altri presidi. Il provvedimento si ispira a una legge del 1995 in base alla quale tutte le strutture sociali (scuole, centri medici, poli di assistenza, ecc.) devono essere gestite dall’autorità pubblica. Appellandosi a questa stessa legge, tra il 2017 e il 2018 sono state chiuse altre 8 cliniche cattoliche e, nel novembre del 2017, anche la grande scuola islamica di Al Diia ad Asmara e vari istituti scolastici cattolici. Formalmente, dunque, un provvedimento prevedibile. Secondo vari osservatori, però, si tratterebbe in realtà di una ritorsione del regime nei confronti dei vescovi cattolici i quali, sulla scia dell’accordo di pace firmato nel luglio 2018, hanno chiesto una serie di riforme per aiutare la popolazione ormai allo stremo, dopo anni di rigida autarchia e isolamento, sollecitando in particolare un processo di riconciliazione nazionale che possa garantire “una giustizia sociale per tutti”. Sono stati gli stessi vescovi a denunciare l’intento politico del decreto: “Privare la Chiesa di queste e simili istituzioni vuol dire intaccare la sua stessa esistenza ed esporre alla persecuzione i suoi servitori, i religiosi, le religiose, i laici”.

Luglio 2019. Chiuso l’ultimo ospedale cattolico

La polizia ha messo i sigilli anche all’ospedale cattolico di Zager, l’ultimo rimasto in Eritrea dopo il sequestro progressivo degli altri 21. Le suore comboniane che lo gestivano sono state espulse e costrette ad allontanarsi dal villaggio stesso, con un ordine immediatamente esecutivo e senza la possibilità di portare via almeno parte delle attrezzature medico-sanitarie che, come del resto la struttura, erano state acquisite con finanziamenti coperti interamente dalla Chiesa. Questo presidio medico forniva servizi di maternità e assistenza oltre che alla gente di Zagor, a una trentina di chilometri da Asmara, alla popolazione di diversi piccoli centri vicini. “Questo genere di azioni – ha commentato non a caso una suora costretta ad abbandonare, insieme alle consorelle, un altro ospedale, nel sud dell’Eritrea – ferisce più le persone comuni che le organizzazioni religiose”.

Luglio 2019. Vescovi pro-governativi tentano di rimuovere il patriarca Antonios

Cinque vescovi, incluso Lukas, il segretario del Sinodo, hanno firmato un documento per l’espulsione del patriarca Antonios dalla guida della Chiesa Ortodossa Eritrea, accusandolo di “eresia”. In calce al documento manca, non si sa perché, la firma di un sesto vescovo, che pure avrebbe partecipato alla stesura del testo. Tutti e sei, in ogni caso, sono ritenuti vicini al regime e, secondo le forze di opposizione, si tratterebbe appunto di una manovra ispirata dal Governo per soffocare definitivamente una delle voci critiche più forti degli ultimi anni nei confronti del “potere” di Asmara. Esperti di diritto canonico, infatti, fanno rilevare che i sei vescovi non hanno alcuna autorità per muovere quel tipo di accusa né tantomeno per esautorare il patriarca: una grave decisione di questo genere può essere adottata solo dal “papato” della Chiesa Copta in Egitto. Antonios, novantaduenne e gravemente malato, è stato rimosso dal suo incarico nel 2006 per aver ripetutamente accusato il Governo di interferenze negli affari ecclesiastici e, in particolare, per essersi rifiutato di scomunicare ed espellere 3 mila membri di un movimento di rinnovamento della Chiesa. Secondo vari analisti, queste motivazioni sarebbero state solo un pretesto per consentire al Governo di assumere il controllo pressoché totale della Chiesa Ortodossa Eritrea. L’anno dopo (2007) Antonios è stato confinato agli arresti domiciliari, dove si trova tuttora. Nonostante tutto, però, gode ancora di un vasto seguito tra i fedeli sia in patria che all’estero e non cessa di far sentire la propria voce: nel mese di aprile in un messaggio filmato fatto uscire di nascosto dall’Eritrea ha di nuovo contestato la Chiesa “sottomessa” al regime.

Agosto 2019. Hrw: “Il sistema scolastico continua a produrre lavoratori forzati”

“Il sistema di scuola secondaria consegna ancora gli studenti eritrei al servizio del Governo, con una forma di coscrizione a tempo indeterminato che sottopone gli studenti al lavoro forzato e ad abusi psichici”: a un anno di distanza dalla firma del trattato di pace con l’Etiopia (che aveva aperto il cuore alla speranza di una nuova stagione di riforme e democrazia), Human Rights Watch denuncia che nulla è cambiato in Eritrea: il regime continua a rubare la vita di migliaia di giovani, rendendoli in pratica “schiavi dello Stato”. Non a caso il Global Slavery Index (l’organizzazione che misura il livello di schiavitù nel mondo) stima che 93 eritrei su mille vivano sotto una forma di moderna schiavitù. Un dato che pone il Paese al secondo posto nella classifica globale. Sotto accusa è il servizio di leva obbligatorio, che inizia a 17 anni e non si sa quando possa terminare, militarizzando l’intero paese. Anche dopo la fine della guerra con Addis Abeba, tutto è rimasto inalterato nonostante sia crollato l’alibi del “nemico alle porte”. Negli ultimi anni, scrive Human Rights Watch, “molti hanno trascorso la loro vita lavorativa alle dipendenze del Governo, con compiti militari o di soldati-lavoratori”. E questo servizio nazionale a tempo indefinito ha avuto “un impatto devastante sui diritti, sulla libertà e sulla vita stessa della gente”. Ecco perché per tanti la fuga dal paese è ancora l’unico modo per salvarsi da questo incubo.

Agosto 2019. Resta la militarizzazione totale del paese

Il regime ha celebrato con grande enfasi il venticinquesimo anniversario della fondazione della scuola militare di Sawa e dell’istituzione del Servizio Nazionale, gli “strumenti” della militarizzazione totale dell’Eritrea. Il culmine delle cerimonie, presente il presidente Isaias Afewerki, sono state una grande parata di reparti in marcia a ranghi inquadrati e l’ostentazione di carri armati ed armi pesanti. In sostanza, una prova di forza e di efficienza bellica proprio nel primo anno di pace dopo la lunga guerra con l’Etiopia. Molti osservatori internazionali non hanno mancato di rilevare la contraddizione: “Arrivati finalmente a una pacificazione con Addis Abeba – hanno osservato – era lecito aspettarsi un messaggio diverso da Asmara, tanto più che venti di pace sembrano soffiare in tutto il Corno d’Africa: nella stessa Etiopia, ad esempio, dove si sono chiusi o comunque si è arrivati a un cessate il fuoco nei conflitti interni in Oromia e nell’Ogaden; oppure nel Sudan che, abbattuto il regime di Al Bashir, sta vivendo una fase di transizione verso la democrazia guidata da forze della società civile anziché dai militari”. Sembra la conferma che il regime intende ancora basare il potere sulla forza delle armi e sulla militarizzazione più spinta. Ovvero, nonostante la pace firmata più di un anno fa con l’Etiopia, tra i punti cardine del Governo di Asmara restano immutati quel servizio nazionale e quella scuola di Sawa che – come ha denunciato anche l’ultimo dossier di Human Rights Watch (agosto 2019) – avviano i ragazzi a un futuro di servizi in armi o di lavoro schiavo per il Governo, a tempo indefinito. Non a caso i giovani continuano a lasciare in massa il paese. La conferma di questa autentica emorragia delle forze più vitali è arrivata ancora una volta dall’Unhcr, che in una intervista alla Bbc ha denunciato come i campi profughi della regione sudorientale del Sudan siano pieni di ragazzini eritrei, migliaia dei quali – spesso appena adolescenti – scappati nei primi sei mesi del 2019, molto dopo quell’accordo di pace che aveva acceso il cuore alla speranza di un cambiamento. Oltre mille ne sono arrivati solo in uno dei tre centri di Shagarab.

Agosto 2019. Fuga in massa in Etiopia: il regime mobilita l’esercito al confine

In appena un paio di giorni sono scappati in Etiopia dall’Eritrea almeno 600 adolescenti, tutti alla vigilia della chiamata alle armi nella enorme scuola-caserma di Sawa. E la stima – riferiscono gruppi di opposizione al regime nella diaspora – è quasi certamente al ribasso. Seicento sono quelli che hanno varcato la frontiera ad Adi Shilan e Zelembessa, ma c’è da credere che altri siano passati fuori dai percorsi più battuti, attraverso sentieri sconosciuti o comunque più difficili da controllare. La conferma che si tratti, ancora una volta, di un autentico esodo, viene dal Governo stesso, che ha mobilitato l’esercito per presidiare al massimo la linea di confine, dando disposizioni rigorose su blocchi e arresti. Non risulta che sia mai stato revocato, del resto, l’ordine di sparare a vista, mirando ad uccidere, contro chiunque tenti di scappare oltrefrontiera. Ma la volontà di fuggire è più forte anche di questo rischio terribile. Anzi, Sawa e il servizio militare/nazionale a tempo indefinito ormai sono contestati apertamente: ad Asmara, Adi Keih e Mendefera (ma pare anche in altre città meno grandi) sono comparse numerose scritte che invitano a non presentarsi alla chiamata e a farla finita con questa militarizzazione totale. Per molti versi, una sfida aperta agli ordini sempre più draconiani del regime. Una sfida al sistema stesso.

Settembre 2019. Chiuse sette scuole gestite da organizzazioni religiose

Dopo gli ospedali e i centri medici, le scuole. Il Governo di Asmara ha assunto il controllo di 7 istituti scolastici di secondo grado gestiti da organizzazioni religiose, espellendone la dirigenza, i docenti e il personale. La maggior parte di queste scuole (come la La Salle di Keren) faceva capo alla Chiesa Cattolica. Le altre erano gestite da Chiese cristiane protestanti o da istituzioni islamiche. In ogni caso, tutte le scuole chiuse di fatto erano frequentate da ragazzi provenienti da famiglie in condizioni economiche disagiate, che potevano frequentarle gratuitamente. Come nel caso degli ospedali, il regime si è appellato alla legge del 1995 che assegna alla esclusiva competenza dello Stato le attività sociali e di assistenza. Ma che la legge del 1995 sia solo un pretesto emerge dal fatto che in realtà quegli istituti hanno operato per anni, a favore delle fasce più deboli della popolazione, senza che lo Stato si sia mai intromesso. Proprio per questo tutti gli osservatori più attenti sono concordi nel ritenere che si tratti di una ritorsione del regime contro la Chiesa Cattolica eritrea la quale, attraverso tutti i suoi vescovi, ha sollecitato una concreta politica di riforme, l’attuazione della Costituzione del 1997 e la convocazione di libere elezioni.

Settembre 2019. Giornalista ai vertici della Tv di Stato chiede asilo in Spagna

Il capo dei servizi sportivi della Tv di Stato, Kibreab Tesfamichael, ha chiesto asilo politico in Spagna. Per fuggire come esule ha approfittato di una trasferta all’estero, in Marocco, dove era stato inviato per seguire la dodicesima edizione dei Giochi Africani, che si sono svolti a Rabat dal 19 al 31 agosto.  Completato il lavoro, anziché rientrare in Eritrea con l’equipe sportiva e quella della sua redazione, il giornalista si è dileguato e da Rabat ha raggiunto la Spagna, dove ha presentato la sua richiesta. Grazie al suo lavoro, Kibreab Tesfamichael si è conquistato nel paese un vasto seguito. Completati gli studi superiori e il ciclo di specializzazione in giornalismo, è stato subito assegnato al Ministero dell’Informazione, dove ha costruito la sua carriera, fino ad arrivare ai vertici della Tv. In questa veste ha seguito tutti i più importanti avvenimenti sportivi a livello mondiale, incluse le Olimpiadi del 2016 a Rio de Janeiro. Anche la trasferta a Rabat sembrava un normale impegno  di lavoro ma lui l’ha trasformata in una fuga dal regime: una fuga che, data la notorietà del protagonista (autore anche della serie Tv Aye Seb), ha suscitato vasto scalpore.

Settembre 2019. Rapporto Cpj: “Libertà di stampa, l’Eritrea all’ultimo posto”

L’Eritrea è all’ultimo posto nel mondo per la libertà di stampa e al primo per i rischi e le persecuzioni subite dai giornalisti da parte delle autorità di governo attraverso carcerazioni, leggi repressive, restrizioni della possibilità di usare internet e accedere ai social media. La seguono la Corea del Nord e il Turkmenistan. E’ la denuncia che scaturisce dall’ultimo rapporto del Comitato Internazionale per la Tutela dei Giornalisti (Cpj), pubblicato il 10 settembre 2019. Nella relazione si fa notare come l’Eritrea abbia il maggior numero di giornalisti in carcere (almeno 16), molti dei quali imprigionati addirittura dal 2001, senza che sia stata loro notificata alcuna accusa specifica e, tanto più, senza aver mai subito un processo. Tutta la stampa libera è stata soppressa e abolita fin dal 2001 e il sistema di informazione è interamente gestito dal Governo, sulla base della legge sulla stampa del 1996, nella quale si stabilisce che i media devono promuovere “obiettivi nazionali”: obiettivi che sono indicati dal regime. Ne deriva che il canale principale e pressoché unico di informazione è la Tv di Stato. La sola alternativa potrebbe essere quella di ricorrere ad internet e all’informazione indipendente online. La possibilità di accedere ad internet, però, è estremamente bassa: secondo l’International Telecommunication Union, lo usa appena l’uno per cento della popolazione. Per di più, nella maggior parte dei casi, si è costretti a ricorrere agli internet cafè, dove si è di fatto schedati e monitorati. Nei mesi successivi alla firma della pace con l’Etiopia (in totale 15 mesi circa al momento della pubblicazione del rapporto: ndr) la situazione non è minimamente cambiata. Anzi, secondo quanto riferito dalla Bbc, in alcuni periodi la possibilità di accedere ai social media è stata totalmente sospesa. Dopo l’apertura dei confini con l’Etiopia, ad alcuni giornalisti stranieri è stato concesso un accredito speciale per visitare il Paese ma, secondo l’Economist, la loro attività è stata “strettamente controllata”.

Settembre 2019. Prigionieri di guerra da 11 anni: per il regime non esistono

Sono prigionieri di guerra da undici anni, ma Asmara nega persino che esistano. E’  una tragedia che intreccia la sorte di 13 soldati gibutini e 19 eritrei, catturati durante il conflitto esploso nel 2008 per alcune controversie di confine. Ne è responsabile il regime eritreo il quale ha sempre sostenuto, in sostanza, che non c’è nessuno da liberare. Ma che ci siano ancora almeno 13 prigionieri gibutini, nonostante il conflitto sia terminato da anni, è stato confermato dopo che, a metà settembre, 19 militari eritrei, a loro volta prigionieri di guerra dal 2008 nel centro di detenzione di Negad, a Gibuti, sono stati liberati grazie all’intervento della Croce Rossa e trasferiti in Canada. Gibuti aveva sempre subordinato il loro rilascio a quello dei suoi soldati. Uno scambio che non è mai stato possibile proprio perché Asmara ha sempre negato sia che propri militari fossero detenuti a Gibuti, sia che, di contro, soldati gibutini fossero ancora nelle sue carceri dal 2008. Proprio per questo – proprio perché, cioè, il regime non ne ha mai ammesso neanche l’esistenza, nonostante i ripetuti rapporti inviati dai commissari della Cri – i 19 ex prigionieri eritrei, abbandonati di fatto dal Governo che li ha mandati a combattere, sono stati trasferiti in Canada, come rifugiati, anziché nel loro Paese. Durante la lunga prigionia, assicura la Cri, sono stati trattati nel rispetto della Convenzione di Ginevra. Quali siano invece le condizioni di detenzione dei 13 militari di Gibuti lo hanno raccontato altri quattro prigionieri di guerra liberati da Asmara nel marzo del 2018, dopo averne sempre negato l’esistenza anche in questo caso. Le norme della Convenzione di Ginevra – hanno riferito – erano totalmente disattese: “In tanti anni non abbiamo potuto avere alcun contatto con i nostri familiari né tantomeno con il nostro Governo. Alla commissione internazionale della Croce Rossa non è mai stato consentito l’accesso al centro di detenzione dove eravamo rinchiusi. Il trattamento quotidiano che ci è stato riservato era estremamente duro”. C’è da credere – sottolinea la Croce Rossa – che anche i 13 soldati ancora detenuti vivano la stessa terribile prigionia: che siano vittime di un trattamento inumano e degradante

Settembre 2019. Afewerki sesto per “longevità” tra i presidenti-padroni

Con i suoi 26 anni di potere in Eritrea, Isaias Afewerki è il sesto per “longevità” tra i presidenti-padroni africani. La graduatoria è stata elaborata in occasione della decisione del presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni di candidarsi per la quinta volta, dopo aver fatto modificare la Costituzione che prevedeva un tetto massimo di quattro mandati. Al primo posto, in carica da ben 40 anni, è il presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo. Seguono Paul Biya, a capo del Camerun da 37 anni; Denis Sasso Nguesso, Repubblica del Congo, 35 anni; Yoweri Kaguta Museveni, Uganda, 33 anni; Idriss Deby, Chad, 28 anni. Poi, appunto, Afewerki, eletto nel 1993 e padrone assoluto dell’Eritrea in particolare dal 18 settembre 2001, quando ha arrestato tutti i principali e più autorevoli oppositori, eliminando ogni forma di libertà e dissenso e costruendo – come ha denunciato la Commissione d’inchiesta dell’Onu – un sistema di potere basato sul terrore. Per una circostanza fortuita, il dossier sui presidenti-padroni è stato pubblicato negli stessi giorni in cui Amnesty ha lanciato una campagna internazionale per avere notizie di Yosuf Mohamed Ali, uno dei primi giornalisti finiti in galera ad Asmara e poi fatto sparire insieme ad almeno altri 16 colleghi, nel 2001, per aver pubblicato la lettera del G-15, il gruppo di oppositori che contestava la politica del regime, chiedendone conto ad Afewerki nell’Assemblea.

Ottobre 2019. I profughi non rientrano. Anzi, continuano le fughe

Sono 127.284 i rifugiati eritrei censiti dall’Unhcr in Etiopia al 30 settembre. Per quasi tutti la vita non è facile. Tutt’altro. In particolare per i tantissimi che da anni sono ospiti dei campi profughi, dove il tempo sembra non passare mai. Nessuno, però, vuole rientrare in patria. Può sembrare strano: quasi 130 mila eritrei che hanno chiesto aiuto, sono stati accolti e preferiscono restare proprio nello Stato che il regime di Afewerki ha sempre indicato come il “grande nemico”, pronto in ogni momento a invadere in armi il paese. E’ il segno, evidentemente, che anche nei momenti di maggiore tensione si sono sentiti più liberi e al sicuro ad Addis Abeba che ad Asmara. Centinaia di migliaia sono esuli in altri Stati in tutto il mondo: in Africa, in Asia, in Europa, in America. E anche questi non hanno alcuna intenzione di rientrare finché resteranno al potere Isaias Afewerki e la sua cerchia. Anzi, molti continuano a scappare: fughe a volte “anonime”, che non hanno grande risonanza, ma anche fughe che destano un certo scalpore, come quella dei quattro calciatori della nazionale under 20 che qualche settimana fa hanno chiesto asilo a Kampala, in Uganda, dove stavano disputando un torneo panafricano. E’ la conferma che la maggioranza degli eritrei continua a non fidarsi. O meglio: non vede nella pace firmata con l’Etiopia alcun cambiamento per la dura realtà in cui ventisei anni di dittatura hanno sprofondato il Paese.

Ottobre 2019. I profughi sono l’11 per cento della popolazione eritrea

L’Eritrea è al quarto posto nella graduatoria dei primi cinque paesi africani con il più alto numero di profughi e migranti forzati. Lo riferisce un rapporto pubblicato dall’agenzia Africa Center il 13 ottobre. In testa c’è il Sud Sudan, con il 32 per cento della popolazione totale. Seguono la Repubblica Centro Africana (27 per cento), la Somalia (23), l’Eritrea, appunto, con l’11 per cento e, al quinto posto, il Sudan (7 per cento). Da notare che quattro dei cinque Stati considerati sono sconvolti da anni da una feroce guerra civile o comunque da violenti conflitti interni. In Sud Sudan, in particolare, dal dicembre 2013 ad oggi, risulta che siano state uccise almeno 400 mila persone. Decine di migliaia le vittime anche nella Repubblica Centrafricana. La Somalia è addirittura implosa dal 1989 e si calcola una media di mille pesantissimi attentati o attacchi l’anno da parte delle milizie di Al Shabaab. Nel Sudan la guerra si protrae da decenni, soprattutto nel Darfur ma anche in altre regioni meridionali, come il Blu Nile e South Kordofan. In Eritrea non c’è guerra interna e, a sentire il regime, il Paese sarebbe più che tranquillo. Eppure l’undici per cento della popolazione è stato costretto a fuggire: oltre 500 mila persone che si sentono più sicure e più libere oltreconfine. E’ un dato che l’Unione Europea, le Cancellerie occidentali ma anche il presidente etiope Abiy Ahmed dovrebbero considerare quando mostrano certe ampie, sorprendenti “aperture al buio”, senza alcuna condizione, nei confronti di Isaias Afewerki e della dittatura che, anche dopo la pace con Addis Abeba, continua a schiavizzare il popolo eritreo.

Ottobre 2019. L’Eritrea pensa a riempire non i granai ma gli arsenali

Naviglio lanciamissili, elicotteri, armamento leggero. Un anno fa ha firmato la pace con l’Etiopia ma il pensiero fisso dell’Eritrea sembrano essere ancora la guerra e le armi. E’ quanto emerge dal forum Russia-Africa organizzato da Putin a Sochi, sul Mar Nero, stando almeno alle dichiarazioni di Anatoly Punchuk, vicedirettore del Russian Federal Service for Military Technical Cooperation. “L’Eritrea ha espresso grande interesse a riprendere la piena collaborazione con la Russia per le forniture per la difesa”, ha riferito senza mezzi termini Punchuk in una breve intervista ripresa dalla rivista Sputnik, non mancando di far notare che la prospettiva di fornire armamenti ad Asmara è resa particolarmente appetibile dall’abolizione dell’embargo e delle sanzioni internazionali nei confronti del regime di Afewerki. Ed è stato lo stesso Punchuk a specificare a quale tipo di “forniture” è interessata l’Eritrea: motovedette veloci lanciamissili, appunto, insieme ad elicotteri da combattimento e armi leggere individuali o di reparto. “La Russia e l’Eritrea – aggiunge il servizio giornalistico, riportando sempre le parole dell’alto funzionario di Mosca – si stanno organizzando con apposite delegazioni per pianificare le forniture di equipaggiamenti militari di fabbricazione russa”. L’Eritrea è uno dei paesi più poveri del mondo: la militarizzazione totale e la politica ultraventennale del “nemico alle porte” ne hanno sconvolto alle basi l’economia. Mentre buona parte della popolazione sopravvive solo grazie alle rimesse dei profughi, quasi un quinto del bilancio statale, in tutti questi anni, se ne è andato in spese militari. C’era da aspettarsi che la fine del conflitto con Addis Abeba comportasse almeno in parte un cambiamento di rotta: finalmente un’economia di pace. A giudicare dalle notizie che arrivano da Sochi, invece, non è così: anziché i granai il regime preferisce riempire gli arsenali. E’ la conferma che il vero problema per l’Eritrea non è mai stata la guerra. Il vero problema era ed è tuttora la dittatura.

Novembre 2019. Un anno dopo la revoca dell’embargo l’Eritrea resta poverissima

Il regime ha sempre attribuito all’embargo e alle sanzioni la difficile situazione economica in cui si trascina l’Eritrea da decenni. Dopo la firma della pace con l’Etiopia, l’Onu quelle “restrizioni” le ha revocate. Se era tutto qui il motivo della pesantissima crisi economica, c’era da aspettarsi che sarebbe presto cominciata una nuova era. Che, ad esempio, rimosso quel preteso “assedio” indicato come l’ostacolo principale allo sviluppo, migliaia di famiglie sarebbero potute uscire gradualmente dal tunnel della povertà estrema a cui riescono a sopravvivere soltanto grazie alle rimesse degli esuli. Da allora, dalla “fine dell’assedio”, è passato più di un anno, ma in Eritrea non è cambiato nulla: non si coglie un solo segnale, neanche minimo, di inversione di tendenza. E’ quanto emerge da una inchiesta pubblicata dalla Bbc News. Lo standard di vita rimane bassissimo. Il domani quanto mai incerto. La leva militare a tempo indeterminato è sempre in vigore e “produce” di fatto lavoro forzato a bassissimo costo, al servizio dello Stato e, non di rado, di grandi società straniere, talvolta colossi multinazionali o sovranazionali, attirate dalle ricchezze del paese e dalla manodopera, anche qualificata, quasi gratuita o comunque a prezzi stracciati. E’ crollata in poche settimane anche l’illusione della libertà di movimento con l’Etiopia, che avrebbe potuto essere un volano non da poco: i confini, aperti nell’estate del 2018, sono stati richiusi nell’inverno successivo. E l’economia, con il paese ancora totalmente militarizzato, resta in definitiva una economia di guerra, più attenta agli arsenali che ai granai e alla vita quotidiana delle persone. Permane la stessa scelta che negli ultimi vent’anni ha fatto dell’Eritrea uno dei paesi più poveri del mondo. Non a caso i giovani continuano a fuggire a migliaia, mentre dai campi profughi dell’Etiopia e di tutta l’Africa o dall’esilio in Europa non ne vuole rientrare nessuno. E un paese senza giovani è un paese senza futuro.

Novembre 2019. Londra: giornalista eritreo aggredito da “agenti del regime”

Un giornalista eritreo, Amanuel Eyasu, esule da anni a Londra, è stato aggredito da un gruppo di sgherri che hanno tutta l’aria di essere agenti del regime. Ammanuel sa far bene il suo mestiere: a Londra ha fondato e dirige Assena Tv, una emittente molto seguita dalla diaspora proprio per i numerosi servizi che affrontano senza “fare sconti” argomenti come la realtà dell’Eritrea, la tragedia dei profughi o i problemi, spesso pesantissimi, degli esuli, le “ingerenze” che la dittatura tenta anche nella vita quotidiana di chi ha trovato rifugio oltreconfine. Una “voce scomoda”, insomma, specie dopo il vento di “normalizzazione” che ha cominciato a spirare in molte cancellerie e testate giornalistiche europee dopo la firma della pace tra Asmara ed Addis Abeba. Proprio questo dato di fatto e il modo in cui è maturata l’aggressione lasciano pensare che c’entri il regime. Si è trattato, infatti, di un vero e proprio agguato, preparato con un tranello in cui Ammanuel è stato attirato sfruttando la dedizione con cui svolge il suo compito di giornalista. “Sono stato contattato da una donna – ha raccontato lui stesso – che mi ha chiesto un incontro per passarmi alcune informazioni sull’Eritrea. Ho sondato un po’ e mi è sembrata una persona credibile. Così abbiamo fissato un appuntamento alla Putney Bridge Station”. Lui è arrivato puntuale, alle 14,30 del 26 novembre. Si stava guardando intorno quando quattro o cinque uomini lo avrebbero circondato, tentando di gettargli addosso del liquido. In disparte c’era anche una donna, probabilmente la stessa che lo aveva contattato. Ammanuel, intuito il pericolo, è riuscito a divincolarsi, fuggendo all’interno della stazione, dove però il gruppo lo ha raggiunto. Ne è nata una breve ma violenta colluttazione. Poi, all’arrivo della polizia, gli aggressori e la donna sono fuggiti. Tutta la scena è stata ripresa dalle telecamere di sicurezza. E uno del gruppo, un certo Jacob Ghebremeohim, è stato individuato e arrestato: è la stessa persona che nel novembre 2018 ha aggredito un altro giornalista che non piace al regime, Martin Plaut, editore di Heritrea Hub. L’agguato ad Ammanuel Eyasu, anzi, ricalca quasi esattamente quello subito da Martin Plaut un anno prima: l’unica differenza è che allora Plaut era stato contattato proprio da Jacob Ghebremeohim, sempre col pretesto di fornire notizie sull’Eritrea. Pochi mesi fa Amnesty International ha pubblicato un dossier nel quale emerge come la repressione del regime varchi i confini dell’Eritrea, cercando di colpire i personaggi più in vista e più scomodi della diaspora. E’ una denuncia pesante, ma non ha scalfito granché quell’onda di “tutto va bene” che, con “l’avvento della pace”, ispira la condotta della politica europea e di larga parte dei media. Anzi è sembrato quasi che qualcuno giudicasse eccessiva o comunque “superata” quella relazione. L’aggressione di Londra dimostra invece quanto abbia fondamento.

Dicembre 2019. Addis Abeba: aggredito  Tekle Negasi, musicista “ribelle”

Tekle Negasi è un musicista eritreo “ribelle” che ha scelto l’esilio ad Addis Abeba e non risparmia critiche al regime. Canta in tigrino e in tigré. In Europa non lo conoscono in molti, ma tra gli eritrei della diaspora, esuli al pari di lui, ha un vasto seguito: sia per le sue musiche, sia per le prese di posizione politiche che, del resto, si riflettono nella sua attività artistica. Insomma, un personaggio scomodo per Asmara. Proprio come Ammanuel Eyasu, il giornalista che ha fondato Assena Tv a Londra, vittima di un pestaggio a freddo, dopo essere stato attirato in un tranello, il 26 novembre, alla Putney Bridge Station. E come Ammanuel Eyasu anche lui è stato aggredito e pestato, ancora più duramente, da un gruppo di sgherri, ad Addis Abeba. Un’aggressione che ricalca per molti versi quella di Londra. In questo caso non c’è stato alcun trucco per attirare la vittima in un posto prestabilito, ma sembra scontato che gli aggressori ne seguissero le mosse. E’ stato lo stesso Tekle Negasi a ricostruire l’accaduto a un cronista della Bbc. Stava passeggiando vicino l’Ambessa Garage quando cinque sconosciuti lo hanno circondato, tagliandogli ogni possibilità di fuga, e picchiato sistematicamente, a lungo, senza dire una sola parola, ma sapendo bene dove colpire per fare più male. In seguito a un incidente stradale di cui è rimasto vittima tempo fa in Sudan, Tekle Negasi ha una placca metallica in una gamba: oltre che il volto e la testa, tutta la squadraccia ha preso di mira proprio quella gamba. E’ la prova che cercavano proprio lui. Per “dargli una lezione”. E tentare di spegnere una voce che mette sempre al centro la difesa dei diritti umani.

Dicembre 2019. L’Eritrea ai primi posti per il numero di giornalisti in carcere

L’Eritrea è uno degli Stati dove si rischia di più a pubblicare notizie “non gradite” al Governo. Un rischio che non di rado si traduce in lunghi anni di galera. Il regime di Isaias Afewerki risulta al quinto posto nel mondo per il numero di giornalisti fatti sparire nel buio di una prigione: almeno 16, quasi tutti detenuti ormai da molti anni. Ce ne sono di più, dietro le sbarre, soltanto in Cina (48), in Turchia (47), in Egitto e in Arabia Saudita (26 ciascuno). Ma nel Corno d’Africa e nell’Africa subsahariana l’Eritrea è ampiamente in testa, seguita da Camerun (7), Uganda e Burundi (4). E’ quanto emerge da un nuovo dossier della Commissione internazionale per la tutela dei giornalisti (Cpj), lo stesso organismo che nell’inchiesta sulla libertà di stampa, pubblicata nel settembre scorso, ha collocato l’Eritrea all’ultimo posto assoluto. La firma della pace con l’Etiopia è stata da più parti indicata come una “svolta” che avrebbe avviato il paese alla democrazia e, dunque, anche a ripristinare una stampa libera e indipendente. E’ passato un anno e mezzo, ma non è cambiato nulla: l’unica “fonte di informazioni” è ancora la Tv di Stato, l’accesso a internet resta pressoché impossibile e, soprattutto, non uno solo dei giornalisti in carcere è stato liberato. Il presidente etiopico Abiy Ahmed, ritirando il premio Nobel per la pace a Oslo, ha dichiarato di voler condividere quel riconoscimento con Isaias Afewerki, “la cui volontà, il cui impegno e la cui determinazione – ha specificato – sono stati decisivi per porre fine a vent’anni di guerra tra i nostri due paesi”. Alla luce di quanto sta accadendo in Eritrea, non ultimo il quadro descritto dalla Cpj, c’è da chiedersi su cosa si basi questa ennesima apertura di credito di Abiy nei confronti di Afewerki. Come Abiy possa ritenere, cioè, che un riconoscimento quale il Nobel per la pace possa essere accostato anche solo per un momento al nome di un dittatore come Afewerki. A meno che Abiy non ritenga che la libertà e la democrazia non siano – come invece sono – i fondamenti stessi della pace. A meno che, anzi, non ritenga che la libertà e la democrazia con la pace non c’entrino per niente.

Dicembre 2019. Altri finanziamenti al buio per il regime

All’Eritrea è andata quasi la metà dell’ammontare totale (204,9 milioni di euro) dell’ultimo finanziamento deciso dall’Unione Europea per l’intero Corno d’Africa a sostegno della stabilità politico-sociale, della creazione di nuovi posti di lavoro e del contenimento/gestione dell’emigrazione. Si tratta, in tutto, di 95 milioni. Per la precisione, 30 in favore delle comunità rurali per sviluppare programmi di agricoltura sostenibile e nuovi posti di lavoro per le donne e i giovani; 60 come seconda tranche del progetto di costruzione di strade e vie di collegamento con l’Etiopia; 5 per rafforzare il sistema nazionale statistico e macroeconomico. Le forze di opposizione della diaspora non si sono mai opposte a questo genere di aiuti in sé. Se non altro perché non hanno mai perso la speranza che servano davvero a rendere meno dura la vita quotidiana della gente, in una realtà dove gran parte delle famiglie vivono quasi solo delle rimesse degli esuli. Ma proprio per dare consistenza a questa speranza hanno sempre chiesto che i finanziamenti non siano erogati “al buio”: che siano subordinati, cioè, a precise, inderogabili condizioni. Come quella, ad esempio, che per i cantieri stradali non si faccia ricorso al lavoro schiavo delle migliaia di ragazzi arruolati nel servizio nazionale. O, più in generale, che questi finanziamenti siano vincolati ad alcune “aperture” sui diritti umani da parte del regime. In particolare, la liberazione dei prigionieri politici. Ecco, l’Unione Europea potrebbe almeno chiedere ad Asmara che fine abbia fatto Ciham, la ragazzina arrestata sette anni fa, quando di anni ne aveva appena 15, solo perché figlia di un ex ministro dissidente fuggito all’estero, al quale probabilmente si voleva chiudere la bocca con il ricatto. Basterebbe solo questo. Ma non risulta che Bruxelles abbia anche soltanto accennato a un minimo di “contropartita” in termini di libertà e di democrazia al regime. Così tutto quel denaro arriverà “al buio”. Ancora una volta. C’è da chiedersi perché.

Dicembre 2019. Fuga-denuncia di 7 calciatori della nazionale

Altri 7 calciatori della nazionale hanno deciso di abbandonare l’Eritrea, chiedendo asilo in Uganda. “Altri 7” perché sono soltanto gli ultimi di una ormai lunga serie di fughe analoghe di campioni dello sport che, una volta all’estero per partecipare a competizioni internazionali, si sono rifiutati di rientrare ad Asmara. Questi sette erano arrivati in Uganda per la Cecafa Cup, il torneo che ogni anno mette di fronte le rappresentative degli Stati dell’Africa Orientale e Centrale. Hanno disputato tutte le partite, sino ad arrivare alla finale, il 19 dicembre, proprio contro l’Uganda, e poi, a competizione chiusa, si sono dileguati dall’albergo, non presentandosi all’aeroporto per il viaggio di ritorno e facendo perdere le proprie tracce agli “accompagnatori”. Prima di loro, proprio quest’anno, lo scorso ottobre, hanno fatto la stessa scelta, sempre in Uganda, cinque giocatori della nazionale under 20. In precedenza, nel 2015, dieci giocatori sono rimasti in Botswana, dove avevano partecipato alle eliminatorie per la coppa del mondo di calcio. Nel 2013, in Uganda, quasi tutto il team nazionale: 15 calciatori e il medico. Per non dire del 2009, quando addirittura l’intera squadra nazionale, tranne il coach e il capo delegazione, rifiutò di lasciare il Kenya alla conclusione della Cecafa Cup. Lo stesso accade con i campioni di altre discipline. Memorabile ad esempio, nell’ottobre 2015, la fuga di sette componenti della selezione di ciclismo: finsero di allenarsi in gruppo andando verso la fascia di confine con l’Etiopia e poi attraversarono a forte velocità, tutti insieme, la linea di frontiera, beffando gli agenti di guardia. Si è insinuato che questa scelta sarebbe dettata dalla prospettiva di ingaggi ben remunerati in team stranieri. E’ una calunnia: questi ragazzi, fuggendo, rinunciano ad anni di carriera, perché per continuare a fare sport, magari a livello professionistico, iscrivendosi a federazioni di altri paesi, devono affrontare il lunghissimo iter per il riconoscimento del loro status di rifugiati o di esuli, per la concessione della nuova residenza o cittadinanza e, infine, per l’scrizione nei registri federali dello Stato dove vanno a vivere. Si tratta, dunque, di un grave sacrificio. Per tutti. Rispetto a quelle del passato, però, la fuga di questi giorni come quella dell’ottobre scorso, assumono un valore di denuncia ancora più forte e controcorrente: smentendo il sentire comune, alimentato anche da quasi tutte le cancellerie europee, dimostrano che nell’ultimo anno e mezzo, dopo la pace firmata con l’Etiopia nel luglio 2018, in Eritrea non è cambiato nulla. Perché il problema vero è sempre stato non la guerra ma la dittatura di Isaias Afewerki. E la dittatura, oggi, appare per molti versi più forte di prima. Proprio grazie  all’apertura di credito “al buio” concessa ad Asmara dall’Unione Europea e da numerosi singoli Stati occidentali, ignorando l’appello disperato per la libertà e un futuro migliore, per sé e per il paese, lanciato da migliaia di giovani. Ai quali non resta altra alternativa che fuggire.

Gennaio 2020. Arrestate e fatte sparire da due mesi oltre venti persone

Non si ha più notizia di oltre venti eritrei, fatti sparire nel buio di una galera da quando, verso la fine di novembre 2019, sono stati arrestati. Non si sa in quale centro di detenzione siano finiti. Non si conosce nemmeno di quale reato siano accusati. Nulla. “Desaparecidos”. Si sa soltanto che sono quasi tutti islamici e che le forze di sicurezza li hanno presi, nel giro di pochi giorni, a partire dal 28 novembre, nelle città di Mendefera e di Adi Quala o nei villaggi del circondario, nel sud del paese. Il periodico online Eritrea Hub ne ha pubblicato i nomi. Dalla città o dall’hinterland di Mendefra sono “spariti” Nesredin Ahmed e Beyan Abdela, entrambi piccoli imprenditori; Mahmoud Mantay, funzionario dell’ufficio regionale delle Finanze; Abdelkadir Juhar e Hamed Imam, dirigenti di un’associazione di frutticoltori; Semir Safi; Adem Eshete, Berhanu Siraj e suo fratello; Mohamed Nur Siraj. Dalla zona di Adi Quala, Sheik Abdella, imam della locale moschea; Abdelhafiz Mohamed, Sheik Aramosh, Jemal Abdella Feli, l’insegnante di religione Abdusemed Mohommednur, Aman Seid Aman, Yasin Seid Aman, Seid Abdu Mohammedtehar, Ahmed Mohammed, Rizkey Adem, portato via insieme al cognato e a una terza persona dal villaggio di Adi Wederki. Il fatto che siano islamici ha indotto a credere che si tratti di una nuova, pesante intimidazione nei confronti di questa religione, dando seguito alla persecuzione iniziata, nell’ottobre 2017, con la chiusura della Al Diaa Islamic School di Asmara, distretto di Acria, seguita – quando gli studenti e la gente del quartiere si sono ribellati – da una pesante serie di arresti, incluso quello del fondatore dell’istituto, Hajji Musa Mohamed Nur, poi morto in carcere nel marzo 2018. Così come in carcere è morto mesi dopo, nel gennaio 2019, uno dei docenti della scuola,  Hajji Ibrahim Younus. Le persone arrestate nell’ottobre 2017 sono state “cancellate” dal Governo: è come se non esistessero più. Sottoposti al regime carcerario di “incomunicabilità”, non possono avere alcun tipo di contatto con l’esterno della galera in cui li hanno gettati. Nemmeno con i familiari più stretti. Lo stesso sta accadendo ora con gli oltre venti islamici imprigionati a fine novembre. Nell’indifferenza dell’Etiopia, dell’Italia e dell’Unione Europea, che continuano ad offrire collaborazione, finanziamenti ed “aperture al buio”, senza alcuna condizione, alla dittatura di Isaias Afewerki.

Gennaio 2020. L’Eritrea acquista i primi due elicotteri militari dalla Russia

L’Eritrea ha firmato il contratto per l’acquisto di elicotteri militari dalla Russia. Si tratta di due Ansat, prodotti dalla Kazan Ansat Manufactures, uno dei velivoli di punta dell’industria bellica di Mosca, progettato in più versioni. Quelli scelti da Asmara, in particolare, sono elicotteri concepiti per il trasporto truppe, ovviamente con il relativo armamento. Il costo – stando a quanto riferisce il sito specializzato aicraftcompare.com – si aggira tra i 2 milioni e i 2 milioni a mezzo di dollari l’uno: in totale, dunque, dai 4 ai 5 milioni. La notizia è stata pubblicata lunedì 20 gennaio dall’agenzia Urdupoint Sputnik e ripresa poi dalla rivista Eritrea Hub. Comincia così a concretizzarsi l’accordo per la fornitura di armi stipulato nell’ottobre 2019 in occasione dell’incontro Russia-Africa convocato dal presidente russo Vladimir Putin a Sochi, sul Mar Nero, pochi mesi dopo la revoca dell’embargo internazionale nei confronti di Asmara. Un accordo che, come scrisse all’epoca sempre l’agenzia Sputnik, prevede che, oltre agli elicotteri (non si sa quanti), vengano cedute unità navali lanciamissili e armi leggere, sia individuali che di reparto. Un affare da milioni e milioni di dollari. Una cifra enorme di per sé ma, in particolare, per un paese come l’Eritrea, uno dei più poveri e con il livello di vita più basso del mondo. Proprio citando come “giustificazione” anche l’estrema povertà della gran parte della popolazione, nel dicembre 2019 l’Unione Europea ha concesso ad Asmara un finanziamento di 95 milioni, da investire nello “sviluppo”: in particolare in favore delle aree rurali e per migliorare la rete stradale. Ancora una volta un finanziamento “al buio”, senza porre alcuna condizione al regime in termini di maggiore libertà per la sua gente. C’è da chiedersi se sia davvero il caso di continuare a finanziare un Governo che, mentre riceve dall’estero cospicui contributi per migliorare le condizioni di vita di un popolo che vive in gran parte quasi solo delle rimesse dei profughi, spreca le sue risorse per riempire gli arsenali militari e lascia vuoti i granai.

Febbraio 2020. Malnutriti quasi due bambini eritrei su tre

L’Eritrea è il paese dove ci sono più bambini sotto i cinque anni di età gravemente denutriti o malnutriti: il 61 per cento, quasi due su tre. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto (dati 2018) elaborato dall’Unicef su cibo e alimentazione in Africa, il continente dove questo enorme problema è più grave. Nell’intera area presa in considerazione la media è del 42 per cento. Al di sopra di questo dato medio ci sono altri otto Stati, sia pure senza raggiungere l’apice dell’Eritrea, anche se in quattro si è comunque al di sopra della metà della popolazione infantile. Si tratta, nell’ordine, di Burundi (59 per cento), Madagascar (53), Sud Sudan (51), Mozambico (50) e poi Zambia ed Etiopia (47), Malawi (42), Rwanda (41), Lesotho e Tanzania (40), Botswana (39), Sud Africa e Somalia (38), Uganda e Swaziland (34), Zimbawe (33), Kenya (32), Namibia (31). “E’ un altro triste primato per Asmara – protestano alcuni gruppi di opposizione della diaspora – Il primato della fame tra la popolazione più fragile, che si accompagna a quello di figurare, nonostante le ampie potenzialità, tra i paesi più poveri del mondo. Ed è un altro ‘regalo’ della dittatura, che ha svuotato l’Eritrea delle sue energie migliori. Il regime vanta la sua ‘lunga stabilità’, ma intanto la situazione alimentare dei nostri figli più piccoli è peggiore, ad esempio, persino di quella del Sud Sudan, devastato da anni di guerra civile. O della Somalia, sconvolta da tutto quello che può capitare a una nazione: l’implosione dello Stato fin dal 1989; una siccità infinita che ha portato carestia ed epidemie; il terrorismo e le stragi dei miliziani di Al Shabaab, che controllano gran parte del territorio e mostrano di poter colpire ovunque e dovunque”. Già, un ben triste primato: due bimbi malnutriti su tre. Eppure il regime sceglie di sprecare milioni di dollari per comprare armi, lanciamissili ed elicotteri da guerra. I bimbi affamati possono aspettare.

Febbraio 2020. Giovane “disertore” ucciso dalla polizia

A Mendefera, nel sud dell’Eritrea, un ragazzo sui vent’anni è stato ucciso dalla polizia che gli dava la caccia come disertore per aver abbandonato il reparto in cui era arruolato. Si chiamava Shewit Yacob ed era il figlio di un ex militare invalido, veterano delle tante guerre in cui il regime ha trascinato il Paese. Shewit aveva risposto con grande riluttanza alla “chiamata” per il servizio nazionale, l’arruolamento forzato che, nonostante la pace firmata con l’Etiopia ormai quasi due anni fa, continua ad essere “a tempo indefinito”, come se ci fosse costantemente un “nemico alle porte”, ed è diventato di fatto un enorme serbatoio di lavoro schiavo, direttamente per lo Stato ma anche alle dipendenze di imprese private straniere che svolgono attività in Eritrea e alle quali spesso il personale viene fornito dal Governo. Una imposizione che Shewit pare non abbia mai fatto mistero di soffrire pesantemente, tanto da meditare di ribellarsi. E’ con questo stato d’animo che, quando ha saputo che la madre anziana era malata e bisognosa d’aiuto, si è allontanato senza permesso per tornare a Mendefera, la sua città. Da quel momento, per il regime, è diventato un disertore da arrestare. Non si sa se avesse intenzione di ritornare al reparto o di darsi alla macchia, magari in attesa di poter riparare oltreconfine. Sta di fatto che è stato sorpreso dalla polizia, proprio nella zona di Mendefera, secondo alcune fonti nel corso di una retata organizzata proprio per stanare i “disertori” e i renitenti. Quando si è reso conto che stavano per arrestarlo ha cercato di fuggire, ma una raffica lo ha ucciso. Come è accaduto a tanti altri ragazzi come lui negli ultimi anni.

Aprile 2020. La storia di Aster, desaparecida da 17 anni 

Pochi probabilmente sanno, in Italia e in Europa, chi è Aster Yohannes. Ma tra chi si batte contro la dittatura eritrea è una delle figure simbolo. Una donna coraggiosa che il regime ha fatto sparire nel buio di una galera ma che nessuno dei suoi compagni ha dimenticato. Anche se sono passati già 17 anni. Anzi, proprio in questi giorni, in occasione del suo compleanno, il 19 aprile, alcuni amici hanno voluto ricordare a tutti la sua storia. Come simbolo di migliaia di terribili storie analoghe. Aster è una eroina della guerra di indipendenza contro l’Etiopia. Era al secondo anno di studi in ingegneria ad Addis Abeba quando, nel 1979, ha lasciato l’università per andare a combattere. Dopo la vittoria e la conquista dell’indipendenza ha lavorato, a partire dal 1995, per il ministero delle risorse marine e poi, nel gennaio del 2000, si è trasferita negli Stati Uniti per riprendere e completare gli studi presso l’università di Phoenix. E’ lì che, nel settembre 2001 ha appreso, dell’arresto di suo marito, Petros Salomon, conosciuto e sposato durante la lotta per l’indipendenza, uno dei membri del G-15, il gruppo di ministri, eroi di guerra, alti funzionari e alti ufficiali che avevano messo sotto accusa la politica di Isaias Afewerki di fronte all’Assemblea Nazionale. Completati gli studi nel 2003, è rientrata in Eritrea per prendersi cura dei quattro figli, affidati ai nonni dopo l’arresto di Petros. Non ha potuto invece neanche rivederli: la polizia la ha arrestata appena scesa dall’aereo. Da allora se ne sono perse le tracce. Non si sa nemmeno di cosa sia accusata. Si sa solo che è sottoposta al regime “incommunicado”: nessun contatto con l’esterno, nessuna notizia neanche ai parenti più stretti. Proprio in questi giorni decine di profughi eritrei sono stati abbandonati in mare per quasi sei giorni dall’Italia, da Malta, dall’Europa. Dodici sono morti. Gli altri sono stati riconsegnati ai lager libici dove erano finiti dopo la fuga dal proprio paese. Quasi tutti sono originari di un villaggio vicino ad Asmara. Di fronte a questa tragedia, molti si sono chiesti perché mai tanti ragazzi continuino a tentare di arrivare in Europa nonostante le restrizioni e i rischi della pandemia di coronavirus. La risposta, più eloquente di mille spiegazioni, è nella storia di Aster e di migliaia di altri desaparecidos come lei.

Aprile 2020. L’Unhcr: “Nel 2019 arrivati in Etiopia 70.129 profughi eritrei”.

Nel 2019 sono fuggiti in Etiopia 70.129 richiedenti asilo eritrei, portando il totale a 171.876, dei quali 139.281 ospitati nei sei campi profughi allestiti dal Governo di Addis Abeba, quattro nel Tigrai e due nella regione Afar. E’ stato un anno record di arrivi, con una media che sfiora i 6 mila al mese, la più alta in assoluto di sempre, a parte il breve periodo di sei mesi durante il quale, all’indomani della pace firmata tra Asmara ed Addis Abeba, i confini sono stati aperti. Sono i dati dell’ultimo rapporto dell’Unhcr, il Commissariato dell’Onu per i rifugiati, pubblicato poco più di un mese fa. Si capisce allora come mai, partendo appunto dall’Etiopia o dal Sudan, il flusso degli eritrei verso l’Europa non accenni a cessare. Ad occhi “profani” o per chi non vuole vedere la realtà, potrebbe sembrare strano. “Ora la guerra non c’è più – si afferma – Perché scappano ancora dall’Eritrea, puntando verso un’Europa in piena pandemia di coronavirus?” Per avere una risposta basterebbe ascoltare almeno uno dei ragazzi che sono riusciti a sbarcare in Italia o a Malta, i primi porti di salvezza sulla rotta mediterranea dalla Libia, nonostante le mille difficoltà, i rischi, le sofferenze, il dolore per i tantissimi che non ce l’hanno fatta, inghiottiti dal mare e dal deserto o intrappolati nei lager di Tripoli. Oppure, magari, basterebbe leggere l’ultimo rapporto di Human Rights Watch. Da quelle pagine viene fuori che – come ha sempre denunciato la diaspora – in Eritrea il problema non è mai stato la guerra con l’Etiopia ma la dittatura. E la dittatura è ancora lì, più salda di prima, con tutto quello che ne consegue: militarizzazione totale del paese con un servizio militare a tempo indeterminato che si traduce spesso in lavoro forzato e riduzione in schiavitù; le galere sono sempre piene di migliaia di prigionieri politici ed anzi si aggiungono altre carcerazioni arbitrarie, senza nemmeno conoscere le accuse per cui si viene arrestati; continuano ad essere soppresse tutte le libertà, da quelle politiche e sociali a quelle di culto; l’economia è allo sbando e la miseria endemica, tanto che il Fondo Monetario Internazionale parla di “situazione disastrosa” e anche nel 2019 ha inserito l’Eritrea fra i tre paesi in stato di più estremo disagio a livello planetario. Ecco, allora: se a questo quadro buio descritto da Human Rights Watch si aggiunge l’inferno della Libia, ultima tappa della migliaia di fughe per la vita che si registrano da anni verso l’Europa, si capisce bene che la pandemia di coronavirus fa molta meno paura ai profughi di ciò che cercano di lasciarsi alle spalle.

Aprile 2020. L’Eritrea terzultima al mondo per libertà di stampa

L’Eritrea è sempre in coda nel World Press Freedom Index, la graduatoria mondiale sulla libertà di stampa redatta ogni anno da Reporter Senza Frontiere. Nel 2019 risulta al 178° posto su 180 paesi presi in esame. Gli ultimi due gradini sono occupati dal Turkmenistan e dalla Corea del Nord, maglia nera assoluta. Subito sopra, nelle ultime dieci caselle, figurano Cina, Gibuti, Vietnam, Siria, Iran, Laos e Cuba. La dittatura di Asmara “vanta” il primato negativo di tutta l’Africa. A parte Gibuti, gli altri Stati africani che fanno compagnia all’Eritrea al di sotto del centesimo posto globale sono Egitto (166), Guinea Equatoriale (165), Libia (164), Somalia (163), Burundi (160), Sudan (159), Rwanda (155), Repubblica Democratica del Congo (150), Algeria (146), Sud Sudan (138), Camerun (134), Marocco (133), Repubblica Centrafricana (132), Zimbawe (16), Uganda (125), Tanzania (124), Chad (123), Gabon (121), Zambia (120), Congo Brazzaville (118), Nigeria (115), Benin (113), Guinea (110), Mali (108), Angola (106), Mozambico (104), Kenya (103). L’Etiopia è al 99° posto. Lo Stato africano meglio posizionato è la Namibia, ventitreesima, seguita da Capo Verde (25), Gana (30), Sud Africa (31) e Burkina Faso (38). Per Asmara è l’ennesimo record negativo. Da decenni. Non è cambiato nulla neanche dopo la fine della guerra con l’Etiopia, che è stata per vent’anni il principale alibi del regime. Perché il vero problema è sempre stato e resta la dittatura. Questa è la realtà: non  la vede solo chi non vuole vederla. A cominciare dal Governo italiano e dall’Unione Europea, che dal luglio del 2018, quando è stata firmata la pace tra Asmara ed Addis Abeba, dipingono l’Eritrea come “avviata sulla strada della democrazia”.

Aprile 2020. Fame da coronavirus: l’Eritrea tra gli 8 paesi a più alto rischio

L’Eritrea figura tra gli 8 paesi africani dove è più alto il rischio che l’impatto socioeconomico della pandemia di coronavirus moltiplichi l’insicurezza alimentare tra la popolazione. E’ quanto emerge da una relazione inviata al Consiglio di Sicurezza dell’Onu dal World Food Programme (Wfp) delle Nazioni Unite. Gli altri sette sono, in ordine alfabetico, il Burundi, l’Etiopia, Gibuti, il Kenya, il Rwanda, la Somalia e l’Uganda. “Attualmente – ha spiegato Elysabeth Byrs, portavoce del Wfp, in una conferenza stampa – si stima che in questi Stati almeno 20 milioni di persone non siano in grado di soddisfare il fabbisogno giornaliero di cibo. Secondo le proiezioni, nei prossimi tre mesi diventeranno da un minimo di 34 fino a 43 milioni”. Nello scenario peggiore, cioè, l’insicurezza alimentare riguarderà un numero più che doppio di persone rispetto alla pur difficile situazione attuale. E’ un quadro buio, che si spiega evidentemente con le difficoltà economiche e le carenze del sistema sanitario che da tempo si registrano in questi paesi. Vale la pena ricordare che già ora in Eritrea risultano malnutriti due bambini su tre al di sotto dei cinque anni di età (rapporto Unicef del febbraio 2020) e che il regime, negli ultimi mesi, ha imposto la chiusura di numerosi centri medici e presidi sanitari gestiti da religiosi, che erano l’unico punto di riferimento per migliaia di persone, specie nelle zone più periferiche e più povere.

Maggio 2020. Lotta al coronavirus: dall’Eritrea una lunga serie di “no”

Sono circa 40 mila i casi accertati di coronavirus in Africa al 1 maggio. Quasi 1.650 le vittime. Il dato, riferito dall’Organizzazione mondiale per la sanità, è in continua crescita: circa 22 mila nuovi ammalati, più di un terzo del totale, sono stati segnalati negli ultimi 10 giorni. Una media di 600 nuovi contagi ogni 24 ore. La situazione peggiore si registra in Sud Africa, Egitto, Marocco e Algeria. Seguono l’Africa Orientale e quella Occidentale, mentre la pandemia sembra avere un andamento più lento nell’Africa Centrale. Nonostante il basso numero ufficiale di casi (39), in Eritrea non c’è di che rassicurarsi, visto che, ad esempio, il Regno Unito ha deciso di chiudere l’ambasciata ad Asmara e di riportare in Inghilterra quanti più cittadini britannici possibile. Così appaiono a dir poco sconcertanti alcune scelte del regime:

– Mesi fa sono stati chiusi quasi 30 centri medici e ospedali cattolici. Oggi sarebbero preziosi, ma il Governo non torna sui propri passi: ne funziona solo qualcuno, a ritmo molto ridotto, con personale statale.

– All’inizio di aprile sono stati rifiutati medicinali e attrezzature per combattere la pandemia inviati dal miliardario cinese Jack Ma: all’aereo che trasportava il materiale non è stato nemmeno permesso di atterrare.

– Per cercare di contenere il rischio di contagio, è stato proposto, se non di chiudere, almeno di ridurre l’attività e il numero di militari presenti nell’enorme campo di addestramento militare di Sawa. Nessuna risposta.

– La  Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto di liberare le migliaia di prigionieri politici che, nelle carceri del regime, oltre a dover subire le sofferenze di sempre, possono risultare tra i più esposti al contagio, a causa delle condizioni stesse di detenzione. L’appello è caduto nel vuoto.

– I leader degli Stati dell’Igad, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo del Corno d’Africa, si sono riuniti il 6 aprile, attraverso la rete web, per studiare una strategia comune contro la pandemia. C’erano quasi tutti: Etiopia, Gibuti, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Uganda. Solo l’Eritrea ha disertato. Senza una spiegazione plausibile.

Molti nella diaspora non si meravigliano: “Sulla questione degli ospedali, Afewerki avrebbe dovuto smentire se stesso. Sawa è intoccabile da sempre: è il cardine della militarizzazione totale del paese su cui si regge il regime. Accettare medicinali e aiuti esterni avrebbe significato ammettere che l’Eritrea da sola non ce la può fare. Quanto alla riunione dell’Igad, l’assenza dell’Eritrea potrebbe essere legata proprio ai prigionieri politici: forse Afewerki temeva che l’Igad stessa o almeno qualcuno degli Stati membri gli chiedessero conto delle migliaia di uomini e donne spariti da anni nelle galere e ne sollecitassero la liberazione, appellandosi appunto alla pandemia che era al centro della discussione. E lui non ha alcuna intenzione di liberarli. Perché liberarli significherebbe ammettere i suoi crimini”.

Maggio 2020. Germania, nessuna collaborazione con la dittatura eritrea

Nessuna collaborazione, nessun investimento, nessun progetto economico in comune con il regime eritreo da parte della Germania. E’ quanto ha dichiarato Norbert Barthle,  segretario di Stato presso il ministero federale per la cooperazione e lo sviluppo, respingendo un programma proposto dal gruppo Alternative fur Deutschland  (Afd), il partito di estrema destra tedesco. Barthle non ha usato mezzi  termini: il suo netto “no” è strettamente connesso alla situazione politica in cui è imprigionato l’Eritrea dal 1993. L’Afd aveva giustificato il progetto, rilevando come l’Eritrea sia uno degli Stati più poveri del mondo ma con grandi potenzialità di crescita. Il Governo federale condivide questa analisi. Quasi la metà della popolazione eritrea vive al di sotto della soglia di povertà e sono pochissime le attività redditizie, quasi tutte nel campo minerario, ma è proprio il regime di Afewerki ad aver creato queste condizioni. E non si intravedono cambiamenti per il futuro. Tutto resta come negli ultimi venticinque e più anni, con la soppressione di ogni libertà, la persecuzione di ogni forma di dissenso, l’abolizione del Parlamento, dei partiti politici, delle elezioni e della stampa indipendente, la negazione sistematica dei diritti umani. In una parola: l’uccisione dello Stato di diritto. Lo confermano le migliaia di prigionieri politici e i tantissimi giovani che continuano a vedere nella fuga dalla propria terra l’unica speranza di futuro. “Ecco perché va rifiutata qualsiasi collaborazione”, ha concluso Barthle, ricordando come anche negli ultimi tempi il regime abbia rifiutato qualsiasi possibilità di dialogo sui diritti umani nel paese. Questa presa di posizione ha trovato il pieno sostegno di vari esponenti di altri partiti, come la Cdu, l’Spd e i Verdi, insistendo che la questione del rispetto dei diritti umani non va in alcun modo separata dagli aspetti economici della cooperazione. Può essere un monito anche per le sempre più frequenti “aperture di credito al buio” nei confronti della dittatura di Afewerki da parte dell’Unione Europea e, in particolare, del Governo italiano.

Luglio 2020. Diritti umani in Eritrea, l’Onu: “Nessun cambiamento”

Sulla situazione dei diritti umani, nell’ultimo anno non ci sono state, in Eritrea, “prove tangibili di un miglioramento significativo e sostanziale”. Così è scritto, in estrema sintesi, nel giudizio finale del rapporto presentato l’otto luglio da Daniela Kravetz, la relatrice speciale della commissione d’inchiesta nominata dall’Ohchr, il Consiglio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite. E’ il quinto anno di seguito che l’Onu arriva a questa conclusione: un verdetto che assume sempre di più il valore e il peso di una vera e propria condanna contro il regime. Asmara ha contestato il rapporto, asserendo che sarebbe “riciclato”, una specie di copia senza alcun  fondamento delle relazioni precedenti e che, dunque, “non dovrebbe essere preso sul serio”. Daniela Kravetz, tuttavia, non solo ha ribadito quanto ha scritto, ma ha fatto rilevare che “l’Eritrea, ancora  una volta, non ha collaborato con il mandato e con altre procedure speciali delle Nazioni Unite”. “Il regime continua a negare anche la più evidente delle realtà come fa da sempre – commenta il Coordinamento Eritrea Democratica – ma proprio questa scelta di ostruzionismo e negazionismo diventa, di fatto, una chiara ammissione di responsabilità, malamente mascherata dal tentativo di delegittimare il lavoro della commissione d’inchiesta. E a due anni dal trattato di pace con l’Etiopia, ora non può neanche più nascondersi dietro l’alibi del preteso ‘stato di necessità’ o d’emergenza dovuto alla guerra”.

Luglio 2020. Diritti umani. Nuovo mandato d’inchiesta sull’Eritrea

Il Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha rinnovato il mandato alla commissione d’inchiesta guidata da Daniela Kravetz.. La decisione è maturata pochi giorni dopo la relazione presentata all’Onu dalla stessa Daniela Kravetz, nella quale si evidenzia come la situazione non sia cambiata né nell’arco degli ultimi dodici mesi, né tantomeno da quando, nel luglio 2018, è stato firmato il trattato che ha posto fine alla ventennale “guerra per Badmé” contro l’Etiopia. Le “prove” sono molteplici. Non c’è stata, ad esempio, la liberazione di un solo prigioniero politico ma, anzi, si sono registrati numerosi nuovi arresti, perché ogni forma di dissenso continua ad essere soffocata e perseguitata. Resta in vigore la leva militare a tempo pressoché indefinito che, attraverso il servizio nazionale, diventa una enorme fonte di lavoro schiavo. Non c’è traccia della costituzione approvata nel 1997. L’economia langue, fame e povertà dilagano, ma il regime preferisce riempire gli arsenali anziché i granai. Il tutto secondo quella logica del terrore come sistema di potere ampiamente denunciato dall’inchiesta del 2016. A favore del nuovo mandato hanno votato 24 Stati su 47; gli astenuti sono stati 13, i contrari 10. A parte il “no” ovviamente scontato dell’Eritrea, tra i contrari figurano altri quattro governi africani (Camerun, Libia, Somalia e Sudan), quattro asiatici (Bahrain, Filippine, India e Pakistan), uno sudamericano (Venezuela). Erano chiamati a votare altri otto Stati africani: Angola, Burkina Faso, Congo, Mauritania, Namibia, Nigeria, Senegal, Togo. Si sono tutti rifugiati nell’astensione. Con una maggioranza di “sì” tanto netta, tuttavia, il mandato conferito alla commissione appare molto forte. Può essere un monito anche per quegli Stati occidentali che – come l’Italia – troppo spesso, negli ultimi anni, hanno di fatto rafforzato la dittatura di Asmara, aprendo in suo favore una serie di “linee di credito” totalmente al buio, senza alcuna irrinunciabile condizione preliminare. A cominciare, appunto, dal rispetto dei diritti umani.

Settembre 2020. Berahe Abrehe, “desaparecido” da due anni

Giusto due anni fa, in questi giorni di settembre, è stato arrestato ad Asmara Berahe Abrehe, ex ministro delle finanze ed ex delegato all’Onu, una delle voci più autorevoli della dissidenza contro il regime eritreo. La sua “colpa”? Aver scritto un libro sulla deriva sempre più autoritaria e liberticida del governo e, ancora di più, aver “sfidato” il presidente-dittatore Isaias Afewerki a un confronto pubblico alla televisione di Stato sulla politica condotta negli ultimi anni. “Ancora di più” il dibattito in diretta perché la Tv statale, unico organo di informazione ammesso, raggiunge tutti, molto più di un libro. E infatti l’arresto è scattato subito dopo questa “sfida”. Berahe è stato prelevato per strada da una squadra dei servizi di sicurezza e, da allora, non se ne è saputo più nulla. “Desaparecido”, come migliaia di altri prigionieri politici. La pace con l’Etiopia era stata firmata meno di tre mesi prima, ponendo fine agli oltre vent’anni di guerra scoppiata per alcune controversie di confine nel Tigrai, all’altezza del piccolo villaggio di Badmè. E nelle cancellerie europee si stavano ancora moltiplicando i giudizi e i commenti secondo cui, fatta la pace, la “questione eritrea” poteva ormai considerarsi risolta e il Paese avviato a grandi passi verso la democrazia. Fingendo di ignorare che il problema vero, in Eritrea, non è mai stato la guerra con l’Etiopia, ma era ed è tuttora la dittatura. Quell’arresto ha smascherato la finzione e portato a galla la realtà. Ma l’Europa lo ha ignorato. Come ha ignorato numerosi casi successivi, altrettanto gravi e significativi. L’Europa e in particolare l’Italia. Meno di due mesi dopo, in ottobre, il premier Giuseppe Conte si è recato in visita ufficiale ad Asmara, vantando di essere il primo premier europeo a incontrare Afewerki dopo la fine della guerra. Nonostante un accorato, esplicito appello della diaspora, a nome di tutti gli esuli, non ha detto una sola parola su Berahe né sulle altre migliaia di prigionieri politici fatti sparire in qualche galera. A due anni di distanza permane questo colpevole silenzio: da parte della dittatura, da parte dell’Italia, da parte dell’intera Unione Europea. E di Berahe Abrehe si continua a non sapere più nulla.

Ottobre 2020. Repressione e arresti nella regione Afar

Da mesi Asmara usa il pugno di ferro in Dancalia, la regione Afar Red Sea, una delle più riottose e ribelli al regime, tanto da alimentare anche una resistenza armata, sia pure sporadica. I primi segnali si sono avuti tra marzo e aprile quando – accusa la diaspora – le misure restrittive per contenere l’epidemia di coronavirus sono diventate uno strumento per “ricondurre all’ordine” la popolazione: interi villaggi segregati e ridotti alla fame per mancanza di scorte e rifornimenti di derrate alimentari; blocco delle colonne di aiuti offerte dagli Stati vicini; confisca delle barche e arresto dei pescatori che, spinti dalla disperazione, hanno violato l’embargo totale imposto alla pesca, la principale attività e fonte di sostentamento per gran parte degli Afar lungo tutta la costa meridionale dell’Eritrea, fino al confine con Gibuti. La repressione è proseguita nell’arco dell’estate e nel primo scorcio dell’autunno. Lo confermano le notizie arrivate all’inizio di ottobre dai distretti di Ghelalo, nel nord della regione dancala, e di Endeli, verso l’interno, dove vengono segnalati numerosi raid delle forze di sicurezza, con l’arresto di intere famiglie. In particolare a Endeli, dove il 6 ottobre è stata denunciata la carcerazione di almeno una decina di persone, inclusi tre bambini sotto i 12 anni (una bimba e due maschi). Di sei di loro alcuni siti web vicini alla resistenza hanno fornito i nomi: Halima Mohammad Ismail, Fatima Mohammad Abobaker, Khamisi Ali Abobaker, Hawa Mohammad Abobaker, Aisha Saleh Adam, Radhia Abdullah. Si vanno ad aggiungere alle migliaia di prigionieri politici fatti sparire da anni nel buio di una delle innumerevoli galere del regime.

Ottobre 2020. Bruxelles ad Asmara: “Liberare subito tutti i prigionieri politici”

Il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con cui chiede senza mezzi termini ad Asmara la liberazione “immediata e incondizionata” di tutti i prigionieri politici e, in particolare, dei giornalisti arrestati all’indomani del golpe del settembre 2001, a cominciare da Dawit Isaak, cittadino svedese oltre che eritreo. Anzi, a proposito di Isaak, si chiedono anche informazioni tempestive sul suo stato di salute e sul luogo di detenzione, oltre che il nulla osta a delegati dell’Unione Europea, del Governo di Stoccolma e di altri Stati Ue, perché possano incontrarlo  e parlargli. Non basta: il documento “condanna con la massima fermezza le violazioni sistematiche, diffuse e gravi dei diritti umani in Eritrea” e sollecita il governo “a porre fine alle detenzioni degli esponenti dell’opposizione, dei giornalisti, dei leader religiosi e dei civili innocenti”, dando così pieno credito alla sentenza con cui, nel luglio 2020, il Consiglio delle Nazioni Unite ha ribadito come, per il rispetto dei diritti umani, in Eritrea non sia cambiato nulla a due anni dalla firma della pace che ha posto fine alla guerra ventennale contro l’Etiopia. La risoluzione è passata con una maggioranza larghissima: 663 voti favorevoli, solo 19 contrari, 13 astenuti. Su questa scia, Bruxelles ha anche fatto appello all’Unione Africana affinché – in linea con l’impegno assunto di sostenere i valori universali della democrazia e dei diritti umani – intensifichi la sua attività in relazione alla “deplorevole situazione in Eritrea”. Il Parlamento si è espresso l’otto ottobre. A oltre dieci giorni di distanza nessuna risposta da parte di Asmara. Del resto il regime ha sempre negato perfino l’esistenza di prigionieri politici in Eritrea.

Ottobre 2020. Svezia. Afewerki accusato alla Procura per i crimini internazionali

Reporter Senza Frontiere ha posto sotto accusa Isaias Afwerki in Svezia di fronte al Procuratore per i crimini internazionali. Oggetto della denuncia è la vicenda di Dawit Isaak, il giornalista con cittadinanza eritrea e svedese, arrestato durante il golpe del settembre 2001 e fatto sparire ormai da vent’anni nel buio di una prigione. Senza alcuna accusa specifica e senza la possibilità di alcun contatto con l’esterno, secondo la formula di detenuto “incommunicado”, che implica un isolamento totale e impedisce anche ai più stretti familiari di sapere persino in quale galera si trovi o quali ne siano le condizioni di salute. Tutto questo, secondo Reporter Senza Frontiere, configura un evidente crimine contro l’umanità, oltre che pesanti reati quali tortura, sequestro e sparizione forzata. La stessa accusa è stata mossa a sette esponenti di punta del regime di Asmara: ministri, alti funzionari, ufficiali delle forze di sicurezza. A sostenere l’azione legale di fronte alla Procura, insieme a due giuristi svedesi, sarà Shirin Ebadi, l’avvocata iraniana premio Nobel per la Pace, da sempre in prima linea per la tutela dei diritti e della libertà contro ogni forma di sopruso, sopraffazione, violenza. “Non importa – ha dichiarato Shirin Ebadi depositando la denuncia – quanto sia alto il rango di coloro che hanno imprigionato e lasciato languire in carcere Dawit per 19 anni. Vanno tutti ritenuti penalmente responsabili. Non ci sarà giustizia in Eritrea fino a quando questi personaggi saranno in grado di agire nella più completa impunità e non verrà fatto alcun tentativo di condannarli nei Paesi che possono farlo”. La Svezia, grazie alla sua speciale Procura per i crimini internazionali, è appunto uno di questi Paesi.

Note

1 – Queste le trenta istituzioni e organizzazioni firmatarie della lettera alla Commissione Onu:

– African Defenders (The Pan African Human Rights Defenders Network); Amnesti International; Article 19

– Cairo Institute for Human Rights Studies; Center for Reproductive Rights; Civicus, Civil Rights Defender; Committee to Protect Journalists; Csw (Christian Solidarity Worldwide)ù

– Defend Defenders (The Estas and Horn of Africa Humand Rights Defenders Project)

– Eritrean Focus; Eritrean Diaspora in East Africa (Edea); Eritrean Law Society (Els); Eritrean Movement for Democracy and Human Rights (Emdhr)

– Front Line Defender – Geneva for Human Rights (Geneve pour le Droits de l’Homme); Global Centre for the Responsibility to Protect

– Human Rights Cincern Eritrea (Hrce); Human Rigths Defenders Network Sierra Leone; Human Rights Institute of South Africa (Hurisa); Human Rights Watch

– International Commission of Jurists; International Forum for Eritrea (Ife); International Refugee Rights Iniziative; International Service for Human Rights

– Network of Eritrean Women (New)

– Odhikar, Bangladesh

– Releas Eritrea; Reporter Without Borders – World Organisation Against Torture (Omct)

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