CIE Ponte Galeria – due ragazze eritree rischiano il rimpatrio

Dopo che è appena uscito il rapporto ONU su crimini all’umanità gov Eritrea , Italia non può rimpatriare le vittime di persecuzione

Centro Operativo Per Il Diritto all'Asilo

Dal 21 maggio sono trattenute al CIE di Roma – in attesa di espulsione – due giovani ragazze provenienti dall’Eritrea. Sono state fermate dalle autorità di p.s. mentre cercavano di raggiungere il nord Europa e direttamente condotte al CIE di Roma per essere identificate e infine rimpatriate; questo è infatti il fine della misura del trattenimento.

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Secondo l’Onu l’Eritrea potrebbe aver commesso crimini contro l’umanità

8 Giugno 2015 Ginevra.Nella storia dell’Eritrea primo rapporto ufficiale ONU dice ” in Gov.Eritrea commette crimini contro l’umanità” Si entra in una nuova fase di osservazione? Questo spero a breve significhi meno morti e persecuzioni per eritrei.

migranti_Roma_19ottobreIl governo dell’Eritrea potrebbe avere commesso crimini contro l’umanità nei confronti della sua popolazione, denuncia un rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui diritti umani nel paese. “Gli eritrei non sono governati dalla legge, ma dalla paura”, si legge nel rapporto, che raccoglie testimonianze su esecuzioni extragiudiziarie, schiavitù sessuale e lavoro forzato.

Secondo il rapporto dell’Onu, il governo di Asmara è responsabile di clamorose e diffuse violazioni dei diritti umani, che hanno creato un clima di paura in cui il dissenso è represso, un’ampia porzione della popolazione è soggetta a reclusioni e lavoro forzato e lo stato controlla le persone con un ampio apparato che è penetrato in tutti i livelli della società. “Le informazioni raccolte attraverso un sistema di controllo pervasivo sono usate in modo assolutamente arbitrario per tenere la popolazione in uno stato di ansia perenne”, si legge nel rapporto.

Questa situazione ha spinto centinaia di migliaia di persone ad abbandonare il paese. Secondo le stime, dopo i siriani, gli eritrei sono il gruppo più numeroso di migranti che attraversa il Mediterraneo: in cinquemila lasciano il paese ogni mese. Il rapporto denuncia che la politica di sparare a chiunque cerchi di superare le frontiere, annunciata dal governo nel 2004 per impedire l’emigrazione, non è stata “ufficialmente abolita”. Uno dei motivi che spinge gli eritrei a fuggire all’estero è il servizio militare obbligatorio per chiunque abbia compiuto i diciotto anni di età.

romaIl rapporto esorta la comunità internazionale a garantire la protezione dei profughi eritrei in fuga dalle violazioni dei diritti umani e a evitare di rimpatriarli. Il presidente Isaias Afewerki è al potere da ventidue anni e il paese dell’Africa orientale non ha mai tenuto le elezioni da quando ha ottenuto l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993.

Un drappo bianco per dire ‘no’ alle morti nel Mediterraneo

migranti_Roma_19ottobreUn bollettino di guerra quasi giornaliero. Una strage, spesso invisibile. Quella dei migranti morti nel Mediterraneo è una tragedia di fronte alla quale non vogliamo restare in silenzio. Per questo abbiamo deciso di raccogliere l’invito dei nostri colleghi di  Radio Popolare.  Un drappo o un lenzuolo bianco da mettere alla finestra, o sulla porta di casa, ovunque sia visibile. Fotografatelo e inviateci la foto su facebook, twitter, a diretta@radiocittadelcapo.it o via WhatsApp al 348-7649289. La pubblicheremo. Perché le morti nel Mediterraneo non sono qualcosa a cui vogliamo e possiamo abituarci. Fermiamo il massacro.

   Nel nostro piccolo abbiamo deciso di dare un segnale”.drappo bianco

Radio città del capo.

SFIDA ALL’ITALIA PER LA “NUOVA ERITREA”

camera

“Il nostro coordinamento, che riunisce diversi gruppi della diaspora in Italia, si pone come alternativa alla dittatura di Isaias Afewerki, per la costruzione di un’Eritrea libera, democratica, rispettosa dei diritti di tutti, aperta al mondo. Chiediamo al Governo italiano di considerarci un interlocutore valido, un soggetto politico a tutti gli effetti, per le scelte e i progetti che riguardano il nostro Paese. A cominciare dal Processo di Khartoum sull’immigrazione e, più in generale, dal ritrovato interesse di Roma e dell’Unione Europea per il Corno d’Africa”.

L’intervento di Siid Negash è forse la novità di maggior interesse emersa nella conferenza stampa sul processo di Khartoum, promossa alla Camera dal Comitato Giustizia per i Nuovi Desaparecidos. Altri protagonisti dell’incontro hanno fatto emergere e denunciato le contraddizioni e gli inspiegabili silenzi che circondano questo strano “processo”, presentato dalla Farnesina quasi come una “rivoluzione” per la politica migratoria italiana ed europea. Ma le parole di Siid sono risuonate come una frustata in faccia al vertice convocato a Roma dai ministri Paolo Gentiloni (esteri) e Angelino Alfano (interni) con la dittatura eritrea, con quella del Sudan e con gli altri Stati del Corno d’Africa e del Maghreb, le regioni da cui arrivano o che sono attraversate dai profughi in fuga verso l’Europa.

Chiunque segua la vicenda dell’Eritrea – soggiogata da un regime che ne ha fatto uno stato prigione tra i più poveri del mondo, dove è bandita ogni libertà, con migliaia di prigionieri politici, isolato dalla comunità internazionale, sotto accusa per la violazione costante dei diritti umani, sospettato di armare o comunque sostenere gruppi fondamentalisti come Al Shabaab – non può non cogliere la portata di questa novità sollevata da Siid Negash, che segna una svolta forse decisiva. In più occasioni, parlando dell’Eritrea, parlamentari e funzionari della Farnesina hanno lamentato che colloquiare con il governo di Afewerki sarebbe una scelta pressoché obbligata. “Manca – dicevano – un punto di riferimento capace di rappresentare l’opposizione democratica”. In parte era, in realtà, soltanto un alibi, ma in parte era vero. Ora si profila un cambiamento: il Coordinamento Eritrea Democratica si propone come interlocutore per tutti gli “affari eritrei”, in alternativa alla dittatura al potere ad Asmara, a nome, se non di tutta, di buona parte della diaspora presente nella penisola, superando i contrasti, che pure non mancano, tra i vari gruppi della resistenza. E può diventare un modello per la diaspora insediata negli altri paesi europei, negli Stati Uniti, in Canada.

Siid Negash ha posto l’accento su questi aspetti di rappresentanza unitaria asserendo che il primo test per valutare l’orientamento del Governo italiano può essere proprio la sua disponibilità a confrontarsi sul Processo di Khartoum, al quale l’Eritrea è particolarmente interessata: basti ricordare che sono eritrei oltre un terzo dei 150 mila profughi sbarcati quest’anno in Italia. “Noi siamo convinti – afferma Siid, ampliando le dichiarazioni fatte nel corso della conferenza alla Camera – che Afewerki strumentalizzerà l’apertura di credito che gli ha offerto la Farnesina con il viaggio fatto dal viceministro Lapo Pistelli nel Corno d’Africa lo scorso luglio ed ora con il Processo di Khartoum: cercherà in tutti i modi di sfruttare questa opportunità per rafforzare il suo potere e uscire dall’isolamento in cui lo hanno confinato gli Stati democratici. E non mancherà di convogliare a favore del regime le eventuali risorse economiche che dovessero arrivare ad Asmara. Ora, noi non siamo contrari a priori che l’Italia e l’Europa aprano un confronto anche con l’Eritrea di oggi. Purché sappiano bene, però, con chi hanno a che fare. Purché, cioè, siano loro, Roma e Bruxelles, a condurre il gioco, ponendo alcune irrinunciabili condizioni preliminari. Ad esempio, chiedendo di abolire il sistema del partito unico e di reintrodurre la competizione tra più formazioni politiche; di ridare voce alle forze di opposizione; di indire al più presto elezioni democratiche; di concedere la libertà di opinione e di stampa, di liberare tutti i prigionieri politici, di bandire le persecuzioni ideologiche e religiose. In una parola, di attuare la costituzione varata nel 1997 ma mai attuata. Fermo restando che se il regime non accetta queste condizioni non c’è possibilità di dialogo. Se l’Italia e l’Europa imboccheranno questa strada, avranno tutto il nostro sostegno. Ma fuori da questo schema l’apertura di credito concessa ad Afewerki ci appare ingiustificabile e cercheremo di contrastarla con tutte le nostre forze”.

Siid non lo dice apertamente, ma sembra emergere un messaggio chiaro. La nuova Eritrea libera e democratica non può che nascere da una svolta radicale. Da una “resa dei conti” con Afewerki e gli altri principali esponenti del governo. La speranza è che a questo appuntamento si arrivi non attraverso una guerra ma in modo pacifico, con una operazione di verità e giustizia sul tipo di quella condotta da Mandela in Sud Africa, senza spargimenti di sangue e senza il rischio di balcanizzare il paese con una faida di tutti contro tutti. Sta all’Italia e all’Europa decidere quale via imboccare. Gli accordi al buio con Asmara non appaiono in grado di portare a una soluzione pacifica la lotta contro il regime: hanno piuttosto il sapore del sostegno al “dittatore amico” per garantirsi certi equilibri geopolitici o magari interessi economici, sulla scia della mentalità neocoloniale che sembra riaffacciarsi pericolosamente nelle politiche del Nord nei confronti del Sud del mondo.

Anche il Processo di Khartoum ha almeno in parte questo sapore. Tutto il progetto appare una specie di oggetto misterioso. Dal vertice interministeriale organizzato dalla Farnesina non è emerso all’esterno nulla di preciso sui contenuti né sugli obiettivi concreti o sugli interventi a breve o medio termine. I comunicati ufficiali si limitano a impegni generici o a qualche più che ovvia affermazione di principio del ministro Gentiloni sulla necessità di cambiare rotta nelle politiche migratorie e di intensificare la lotta contro il traffico di esseri umani. “Alzare muri – hanno dichiarato all’unisono Paolo Gentiloni e il suo omologo tedesco, Frank Walter Steinmeier – non è una risposta al grande problema dei rifugiati. La chiave è stabilizzare le aree di crisi, sviluppare le economie dei paesi d’origine dei profughi e creare negli Stati africani disposti ad accogliere i migranti in transito, strutture dove esaminare le richieste di asilo”. Giustissimo: non potrebbe essere altrimenti, alla luce della catastrofe umanitaria a cui stiamo assistendo inerti, con migliaia e migliaia di persone allo sbando e un bilancio, solo quest’anno, di 3.600 morti, spariti in fondo al Mediterraneo o nel deserto africano. Mancano però indicazioni operative precise: ci si è limitati a dire che per gli interventi concreti, immediati o a media scadenza, verranno predisposti “progetti specifici in tempi ravvicinati”. Neanche una parola per chiarire di cosa si tratti.

A scavare un po’, emerge che si starebbe pensando di aprire, sotto l’egida Unhcr, una serie di campi “protetti” nei paesi di transito, dove dovrebbe essere possibile anche esaminare le richieste di asilo, nella prospettiva che l’Europa accolga poi quelli che “superano l’esame” o quanto meno una quota consistente. Non si sa, però, né come, né in che misura, né attraverso quali procedure. E, soprattutto, non risulta che si sia fatta parola né sulla possibilità di “aprire” le ambasciate europee in Africa alle richieste di asilo, né tantomeno sulla necessità di istituire un sistema europeo di accoglienza unico, accettato e condiviso da tutti gli Stati dell’Unione. Due punti senza i quali non si riuscirà mai a varare degli efficaci canali di immigrazione legale, per sottrarre i migranti al ricatto dei trafficanti e degli scafisti.

Sono mesi che la Farnesina sta lavorando a questo progetto. Proprio per questo sarebbe stato lecito attendersi quanto meno notizie più esaurienti. Invece tutto resta avvolto come in una cortina fumogena. In una atmosfera indefinita che ricorda quella creata intorno ai trattati bilaterali per il controllo dell’emigrazione che l’Italia ha stipulato con diversi paesi del Nord Africa, a cominciare da quello con la Libia, firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2009, ribadito poi da Monti nel 2012 con il governo nato dalla rivolta contro il rais e rinnovato infine da Letta il 3 luglio 2013. Quali siano i risultati di quegli accordi è sotto gli occhi di tutti. E l’Eritrea è una delle prime vittime di questo vortice infernale.

Flash mob per un Eritrea libera

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Roma:28 Novembre 2014. Momento Storico.Voce alla diaspora Eritrea e l’Italia che gioca un ruolo cruciale. Processi di democratizzazione di uno Stato Africano? Per un Eritrea Costituzionale .Per la giustizia di tutti i dispersi nel tragitto verso un mondo diverso.
Nota bene: queste saranno le parole chiave nei media per un po’: Processo di Khartoum, Eritrean Youth Solidarity for National Salvation ITalia, Comitato Nuovi desaparecidos, Comitato Africa della commissione degli affari esteri.

Organizzato dal COORDINAMENTO ERITREA DEMOCRATICA
Un movimento composto da eritrei e non che vivono in diversi paesi del mondo per salvaguardare l’Eritrea e il suo popolo. E’ nato col proposito di ridare potere , ad ora detenuto con forza e crudeltà dall’attuale regime, al popolo.Restituirgli la dignità e il diritto di poter scegliere. Non più subire. L’idea è di “trovare una soluzione comune ad un problema comune”.
Per portare avanti il Movimento c’é bisogno della partecipazione di tutti i cittadini che con il proprio impegno, con le proprie idee e con il proprio bagaglio di esperienze, possono contribuire alla costruzione di un nuovo perimetro di benessere collettivo che tenda ad allargare sempre di più i suoi confini.
Un Movimento composto da cittadini uniti dallo stesso spirito e dalla stessa voglia di mettere a disposizione le proprie competenze e di sentirsi “utili” per la propria comunità.

DCIM100MEDIA  vlcsnap-2014-11-29-20h15m37s103

 

CONFERENZA STAMPA VENERDI’ 28 NOVEMBRE 2014,ROMA

romaPER UN’ERITREA DEMOCRATICA E GIUSTIZIA PER I NUOVI DEPARECIDOS

CONFERENZA STAMPA

VENERDI’ 28 NOVEMBRE h.11.30,

SALA STAMPA DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

VIA DELLA MISSIONE, 4. ROMA

Comunicato

Il 28 Novembre 2014 si terrà alla Farnesima una conferenza ministeriale per lanciare un dialogo rafforzato tra il Corno d’Africa e lo Stato Italiano, promosso dal Ministero degli Affari Esteri
e Cooperazione Internazionale italiana, a cui prenderà parte anche il regime eritreo di Isaias Afewerki.

RESPINGIAMO LA PRESENZA DI RAPPRESENTANTI DELLA DITTATURA ERITREA SUL TERRITORIO ITALIANO ED OGNI FORMA DI COLLABORAZIONE TRA LO STATO ITALIANO E LO STATO ERITREO

Il regime di Isaias Afewerki, al potere dal 1993, ha cancellato ogni forma di libertà, diritti civili e politici.

Qualsiasi tentativo di opposizione – nel Paese e all’estero – viene liquidato come “provocazione”.

Oltre a sopprimere libertà e diritti, il regime ha fatto dell’Eritrea uno dei Paesi più poveri del mondo.

La carestia che ha investito il Corno d’Africa nel 2010 è stata devastante, ma Asmara ha negato l’emergenza e rifiutato gli

aiuti internazionali per ragioni politiche e di “prestigio”, costringendo la popolazione a sofferenze enormi.

L’Eritrea è stata isolata da quasi tutti i governi democratici, che hanno interrotto i rapporti diplomatici contestando al

regime la violazione sistematica dei diritti umani.

Le proteste contro il regime si moltiplicano sia in Eritrea che all’estero tra le migliaia di rifugiati della diaspora.

L’esodo dal Paese è così massiccio e crescente che ormai un eritreo su cinque vive altrove.

E il 30% dei circa 150 mila profughi sbarcati quest’anno in Italia proviene dall’Eritrea.

Chiediamo che il Processo di Khartoum” non impedisca al governo Italiano di esprimersi altrettanto decisamente, con la condanna del regime unita ad un’azione di aiuto al popolo eritreo in fuga.

Nella diaspora dei fuggitivi esiste un’altra Eritrea che combatte civilmente e pacificamente contro il regime dittatoriale per realizzare la transizione del proprio Paese verso la democrazia e la dignità.

Questa Eritrea, fatta di giovani e di persone che cercano nella democrazia il rispetto delle proprie vite, esprimerà eticamente e dignitosamente il suo dissenso nei confronti della barbarie di quel governo – responsabile, tra l’altro, di sostenere il terrorismo internazionale.

L’Italia stia al fianco degli Eritrei Democratici nella lotta di Liberazione contro la dittatura e la violazione dei diritti umani, in Eritrea come in ogni altra parte del mondo.

Per dire un forte NO a qualsiasi forma di appoggio istituzionale al governo eritreo, responsabile di detenzioni arbitrarie, torture e sistematica negazione della libertà di espressione e religione.

Intervengono:

Enrico Calamai, Portavoce della Campagna “Giustizia per i nuovi desaparecidos”
Tsegehans Weldeslassie, Comitato “Giustizia per i nuovi desaparecidos”
Erasmo Palazzotto, Comitato Africa della Commissione Affari Esteri
Don Mussie Zerai, Presidente dell’Agenzia Habeshia
Sefaf Siid Negash, Eritrean Youth Solidarity for National Salvation, Coordinamento Eritrea Democratica
Ribka Sibahtu, Coordinamento Eritrea Democratica
Simona Sinopoli, Avvocato ASGI e ARCI

Report Nazioni Unite e articoli dalla stampa italiana:

www.hrw.org/world-report/2013/country-chapters/eritrea

www.amnesty.org/en/region/eritrea/report-2013

www.securitycouncilreport.org/atf/cf/%7B65BFCF9B-6D27-4E9C-8CD3-CF6E4FF96FF9%7D/s_2013_440.pdf

www.popoli.info/EasyNe2/Primo_piano/Eritrea_regime_fiscale.aspx

www.radio24.ilsole24ore.com/programma/luogo-lontano/2013-06-15/eritrea-kenya-diaspora-occupy-120025.php?idpuntata=gSLAjPFcR&date=2013-06-15

http://gatti.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/06/27/la-strage-del-3-ottobre-gia-dimenticata-bologna-ospita-la-festa-della-dittatura-eritrea/