Dall’Italia in sostegno alla Commissione ONU per i Diritti umani in Eritrea

Comunicato Stampa:

vlcsnap-2014-11-29-20h14m49s1923 giugno la manifestazione internazionale a Ginevra

Giovedì 23 giugno 2016 migliaia di eritrei provenienti da varie parti del mondo si sono dati appuntamento a Ginevra per esprimere il loro sostegno al lavoro della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani, con una manifestazione pacifica ma determinata. Dall’Italia partiranno almeno tre pullman da Milano, Roma e Bologna.
La manifestazione è stata indetta dal Comitato internazionale di opposizione eritrea in sostegno alla Commissione d’inchiesta Onu – creata nel giugno 2014 – che ha documentato “gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Eritrea” (cit.). A partire dal 21 giugno 2016 la Commissione presenta ufficialmente al Consiglio dei diritti umani le sue conclusioni sui diritti negati in Eritrea, chiedendo, sulla base delle prove raccolte, di interessare la Corte Internazionale di Giustizia per aprire un procedimento contro il governo di Asmara, con l’accusa di “crimini contro l’umanità”.
Noi eritrei della diaspora, in Italia e nel mondo, sappiamo senza dubbio delle violazioni innumerevoli commesse in Eritrea e crediamo fermamente che sia tempo di porre fine alla cultura dell’impunità e di far sì che il dittatore Isaias Afewerki ed i suoi generali siano dichiarati responsabili di crimini contro l’umanità e perseguiti dal Tribunale Penale Internazionale (ICC).
La Commissione per i diritti umani, nel suo report sull’Eritrea, documenta e denuncia crimini di riduzione in schiavitù, prigionia illegale, sparizioni forzate, tortura, persecuzioni, stupri, omicidi e altri atti inumani “. In sostanza, una vera e propria campagna per instillare la paura e scoraggiare l’opposizione. Nei centri di detenzione e nei campi di addestramento militare in Eritrea sono stati commessi crimini contro l’umanità in modo “generalizzato e sistematico” negli ultimi 25 anni. I membri della commissione hanno infatti ribadito che questa situazione è iniziata quando le attuali autorità presero il potere nel 1991, dopo l’indipendenza dall’Etiopia, e dura tuttora.
Nella diaspora esiste un’altra Eritrea che combatte civilmente e pacificamente contro il regime dittatoriale, per realizzare la transizione del proprio Paese verso la libertà, la democrazia e la dignità. Questa Eritrea, fatta di giovani e di persone che cercano con gli strumenti della democrazia il rispetto delle proprie vite, esprimerà il suo totale appoggio al lavoro svolto dalla Commissione Onu con una grande manifestazione internazionale.
Sta all’Italia e all’Europa decidere quale via imboccare.
Siamo fermamente convinti che gli accordi fin qui stabiliti con il governo di Asmara (Processo di Khartoum, aiuto per lo sviluppo con fondi stanziati dal Fondo europeo), che non hanno come pre-condizione neppure minime garanzie di rispetto dei diritti e della vita dei cittadini eritrei, non possono portare all’affermazione della democrazia in Eritrea; hanno piuttosto il sapore del sostegno al “dittatore amico” per garantire equilibri geopolitici ed interessi economici. Si parla di lotta alle cause della migrazione di massa, ma nel paese vige già la regola del “shoot-to-kill” (letteralmente: sparare per uccidere) contro chiunque venga sorpreso ad attraversare illegalmente i confini.
Chiediamo che l’Italia stia al fianco degli Eritrei democratici nella lotta di liberazione contro la dittatura e la violazione dei diritti umani, in Eritrea come in ogni altra parte del mondo.
I mass-media possono fare la differenza in questo senso, dando spazio ed attenzione al movimento per la transizione democratica, come hanno saputo fare per altri paesi. Le recenti elezioni libere in Birmania, che tutti abbiamo salutato con favore, sono senza dubbio l’esito della lotta per i diritti umani portata avanti con tenacia e metodi pacifici dagli attivisti birmani, con la partecipazione attiva di larghi strati della popolazione e con il sostegno della comunità internazionale, ottenuto – anche – grazie al lavoro documentato dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Per il nostro paese è un momento decisivo. Per questo, per il secondo anno consecutivo, saremo a migliaia a Ginevra da tutto il mondo a sostenere la Commissione ONU.
Il Coordinamento Eritrea Democratica, che riunisce diversi gruppi della diaspora in Italia, si pone come soggetto politico alternativo alla dittatura di Isaias Afewerki, per la costruzione di un’Eritrea libera, democratica, rispettosa dei diritti di tutti, aperta al mondo.


Per approfondire con le delegazioni locali:
http://genevademo.com/
Roma: cell. 327919277 Milano: tel. 025470412 Bologna: cell. 3207179831


Coordinamento Eritrea Democratica
https://eritreademocratica.wordpress.com

https://www.facebook.com/coordinamentoeritreademocratica coord.eritreademocratica@gmail.com


Il REPORT INTEGRALE:
http://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/CoIEritrea/Pages/commissioninquiryonhrinEritrea .aspx
Video:
https://www.youtube.com/watch?v=UFUM8xfZMI4
http://www.france24.com/en/20160513-video-reporter-eritrea-dictatorship-migrants-ethiopia

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audizione del Coordinamento Eritrea Democratica alla COMMISSIONE PARLAMENTARE Affari esteri e comunitari (III)

NeParlamentoll’ambito di un’indagine conoscitiva sulle problematiche emergenti, le sfide e le nuove prospettive di sviluppo dell’Africa sub-sahariana, martedì 10 maggio ha avuto luogo in parlamento l’audizione dei rappresentanti delle opposizioni eritree, nella fattispecie del Coordinamento Eritrea Democratica. L’obiettivo è quello  di comprendere meglio la situazione in cui versa il Paese, e confermare il sostegno italiano  per una transizione democratica dell’Eritrea verso lo stato di diritto.

Qui sotto il resoconto della commissione:

parlamento-italia-politico-680x300CAMERA DEI DEPUTATI
Martedì 10 maggio 2016
639.
XVII LEGISLATURA

BOLLETTINO
DELLE GIUNTE E DELLE COMMISSIONI PARLAMENTARI
Affari esteri e comunitari (III)
COMUNICATO

INDAGINE CONOSCITIVA

Martedì 10 maggio 2016. — Presidenza del vicepresidente Erasmo PALAZZOTTO.

La seduta comincia alle 14.20.

Indagine conoscitiva sulle problematiche emergenti, le sfide e le nuove prospettive di sviluppo dell’Africa sub-sahariana.
Audizione di rappresentanti del Coordinamento Eritrea Democratica.
(Svolgimento e conclusione).
Erasmo PALAZZOTTO, presidente, avverte che la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l’attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso. Svolge quindi un intervento introduttivo.

Andeberhan GHIORGIS, diplomatico eritreo in esilio, Moissié ZERAI, presidente dell’Agenzia Habeshia, Siid NEGASH, responsabile per gli affari diplomatici del Coordinamento Eritrea Democratica, e Ribka SIBHATU, scrittrice e attivista per i diritti umani del popolo eritreo, svolgono una relazione sui temi oggetto dell’indagine conoscitiva.

Intervengono quindi, a più riprese, i deputati Eleonora CIMBRO (PD), Erasmo PALAZZOTTO, presidente, e Franco CASSANO (PD).

Moissié ZERAI, presidente dell’Agenzia Habeshia, Ribka SIBHATU, scrittrice e attivista per i diritti umani del popolo eritreo, Vittorio LONGHI, giornalista, Siid NEGASH, responsabile per gli affari diplomatici del Coordinamento Eritrea Democratica, Emilio DRUDI, giornalista, e Desbele MEHARI, responsabile della Commissione per gli affari pubblici del Coordinamento Eritrea Democratica, replicano ai quesiti posti e forniscono ulteriori precisazioni ed integrazioni.

Erasmo PALAZZOTTO, presidente, dichiara conclusa l’audizione.

La seduta termina alle 16.05.

Risposte dei componenti della commissione:

Eritrea: Quartapelle, importante audizione, Italia sta dalla parte dei diritti

“Attraverso questa prima al43-quartapelle-segreteria-140906155441_mediumudizione di rappresentanti delle opposizioni eritree al Parlamento italiano, si conferma la necessità di impegnarsi per una transizione del Paese verso lo stato di diritto. Secondo autorevoli e aggiornate ricognizioni dello stato dei diritti umani, nel Paese africano la situazione continua infatti ad essere preoccupante”. Lo dice Lia Quartapelle, capogruppo Pd in commissione Esteri, al termine dell’audizione del Coordinamento Eritrea democratica alla Camera. “L’Italia è al fianco di chi lotta per l’affermazione dei diritti umani, come gli eritrei che hanno trovato protezione e opportunità nel nostro Paese. Ogni mese, un numero compreso tra 2 e 3 mila persone, tra cui molti minori non accompagnati, fuggono dal Paese esponendosi a notevoli rischi ormai tristemente noti. Dei circa centocinquantamila migranti sbarcati sulle coste italiane nel 2015, quasi uno su quattro proveniva dall’Eritrea”, spiega la deputata Pd.

“Negli ultimi anni, l’Italia e l’Unione europea si sono rese disponibili a dialogare e collaborare con Asmara per favorire lo sviluppo in Eritrea e contrastare il traffico di migranti. Per noi è prioritario favorire un dialogo anche tra gli attori regionali, per assicurare sicurezza e crescita economica in Africa orientale. A tal fine, tuttavia, non si può prescindere dalla revisione di un modello politico che il 24 maggio compie 25 anni ed è considerato tra i più repressivi e autoritari del mondo. A una nostra apertura al dialogo”, conclude Quartapelle, “deve corrispondere un impegno costruttivo per la normalizzazione dello spazio politico eritreo, con l’approvazione di una Costituzione, un’apertura anche alla presenza delle organizzazioni della società civile libera e una progressiva affermazione della democrazia, ad oggi ancora del tutto inesistente”.

 

Le dittature sparano a vista 3 aprile 2016. Eritrea, Asmara: 11 morti e 18 feriti

3 eritreaUndici giovanissimi coscritti uccisi e una ventina di feriti, tra militari e civili, durante un tentativo di diserzione in massa dall’esercito per cercare poi di uscire dall’Eritrea come profughi. Tutti i soldati uccisi o feriti, arruolati da poco, erano su un convoglio diretto ad Assab. Li hanno massacrati, in due fasi, i soldati della scorta, che avevano l’ordine di sparare a vista contro ogni tentativo di ribellione. I primi due sono stati uccisi nel sobborgo di Mai Temenai, alle porte di Asmara, pochi istanti dopo essere saltati giù dal loro camion per darsi alla fuga. Gli altri nove qualche chilometro più avanti, nella zona del mercato di Asmara, dove c’è stata una fuga di massa grazie anche all’aiuto di alcuni amici e familiari delle reclute, evidentemente preavvertiti. Quattro sono stati abbattuti sul posto, gli altri cinque, gravemente feriti, sono morti in seguito in ospedale. Almeno 18 i feriti, inclusi alcuni civili.

Subito dopo l’incidente di domenica 3 aprile,l’Europa firma un accordo di finanziamento alla dittatura Eritrea, alimentando un regime con un regalo di 175 milioni in cambio della soppressione dei rifugiati.

Secondo il rapporto dell’Onu, il governo di Asmara è responsabile di clamorose e diffuse violazioni dei diritti umani, che hanno creato un clima di paura in cui il dissenso è represso, un’ampia porzione della popolazione è soggetta a reclusioni e lavoro forzato e lo stato controlla le persone con un ampio apparato che è penetrato in tutti i livelli della società. “Le informazioni raccolte attraverso un sistema di controllo pervasivo sono usate in modo assolutamente arbitrario per tenere la popolazione in uno stato di ansia perenne”, si legge nel rapport.

2 eritreaSABATO 9 APRILE PIAZZA RE ENZO ORE 17, BOLOGNA e altre città Europee PRESIDIO DEI RIFUGIATI E MIGRANTI IN SOLIDARIETÀ DEI GIOVANI ERITREI UCCISI DAL REGIME.

Nella diaspora esiste un’altra Eritrea che combatte civilmente e pacificamente contro il regime dittatoriale per realizzare la transizione del proprio Paese verso la democrazia e la dignità. Questa Eritrea, fatta di giovani e di persone che cercano nella democrazia il rispetto delle proprie vite, esprimerà eticamente e dignitosamente il suo appoggio al lavoro svolto dalla commissione ONU.

Sta all’Italia e all’Europa decidere quale via imboccare. Gli accordi al buio con Asmara (Processo di Khatoum, aiuto per lo sviluppo su fondo europeo) non possono portare all’affermazione della democrazia in Eritrea, hanno piuttosto il sapore del sostegno al “dittatore amico” per garantire equilibri geopolitici o interessi economici.

Chiediamo che anche l’’Italia stia al fianco degli Eritrei Democratici nella lotta di Liberazione contro la dittatura e la violazione dei diritti umani, in Eritrea come in ogni altra parte del mondo.

Il Coordinamento Eritrea Democratica, che riunisce diversi gruppi della diaspora in Italia, si pone come alternativa alla dittatura di Isaias Afewerki, per la costruzione di un’Eritrea libera, democratica, rispettosa dei diritti di tutti, aperta al mondo. Siamo un interlocutore valido, un soggetto politico a tutti gli effetti, per le scelte e i progetti che riguardano l’Eritrea.

REPORT ONU INTEGRALE:

http://www.ohchr.org/EN/HRBodies/HRC/CoIEritrea/Pages/ReportCoIEritrea.aspx

 

 

Tanti profughi morti ammazzati dai miliziani e dalle forze di sicurezza delle dittature a cui l’Europa, con la sua politica di chiusura e respingimento, vuole riconsegnarli. Sono tutti vittime, oltre che delle fucilate e delle raffiche di mitra degli sgherri di regimi come quello eritreo, libico o turco, anche dell’intesa sottoscritta ultimamente tra l’Unione Europea e la Turchia, degli accordi di Malta (11 novembre 2015), del Processo di Khartoum (novembre 2014), del Processo di Rabat (2006), dei trattati bilaterali sul controllo dell’immigrazione stipulati tra singoli Governi europei e i vari Stati dell’Africa settentrionale, dall’Egitto al Marocco. In una parola, vittime sì del fuoco spietato che li ha abbattuti ma anche delle barriere fisiche e normative che la Fortezza Europa ha eretto di fronte alla loro disperazione, intrappolandoli tra la propria indifferenza egoista che ne ignora la richiesta di aiuto e le situazioni estreme (guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, carestia, fame e miseria endemiche) che li hanno costretti a fuggire: a quella fuga per la vita percorsa ormai da milioni di donne e di uomini ma che per loro è diventata un cammino di morte.

E’ una escalation impressionante, che proprio negli ultimi giorni, quando è iniziata la “riconsegna” ad Ankara dei profughi intrappolati in Grecia, ha fatto registrare almeno 20 vittime.

4 aprile 2016. Eritrea, confine con il Sudan: 5 morti

Cinque profughi vengono fucilati dalle guardie di frontiera Scarni i particolari dell’eccidio. I cinque, tutti originari di Asmara, sono stati sorpresi dalla polizia mentre tentavano di varcare la linea di confine. A quanto pare, è stata una strage a freddo: fucilati in gruppo quando ormai non potevano più fuggire. Sembra la fotocopia del massacro di 13 ragazzini di cui i miliziani del regime si sono resi responsabili nel settembre del 2014 nella stessa zona.

3 aprile 2016. Eritrea, Asmara: 11 morti e 18 feriti

1 eritreaUndici giovanissimi coscritti uccisi e una ventina di feriti, tra militari e civili, durante un tentativo di diserzione in massa dall’esercito per cercare poi di uscire dall’Eritrea come profughi. Tutti i soldati uccisi o feriti, arruolati da poco, erano su un convoglio diretto ad Assab. Li hanno massacrati, in due fasi, i soldati della scorta, che avevano l’ordine di sparare a vista contro ogni tentativo di ribellione. I primi due sono stati uccisi nel sobborgo di Mai Temenai, alle porte di Asmara, pochi istanti dopo essere saltati giù dal loro camion per darsi alla fuga. Gli altri nove qualche chilometro più avanti, nella zona del mercato di Asmara, dove c’è stata una fuga di massa grazie anche all’aiuto di alcuni amici e familiari delle reclute, evidentemente preavvertiti. Quattro sono stati abbattuti sul posto, gli altri cinque, gravemente feriti, sono morti in seguito in ospedale. Almeno 18 i feriti, inclusi alcuni civili.

1 aprile 2016. Libia, Zawia: 4 morti e almeno 20 feriti

Quattro profughi uccisi e almeno 20 feriti a fucilate e raffiche di mitra da parte delle forze di sicurezza libiche durante un tentativo di evasione dal centro di detenzione di Al Nasr, a Zawia, un lager dove sono rinchiusi oltre 1.200 migranti in condizioni disumane e dove tortura, maltrattamenti e lavoro forzato sono la norma. Il governo di Tripoli, da cui dipende il campo, non ha dato notizia della strage: l’eccidio è stato denunciato il 7 aprile da funzionari della missione Onu in Libia. Vittime e feriti sono quasi tutti profughi sub sahariani.

31 marzo 2016. Turchia, confine con la Siria: almeno 16 morti

Almeno 16 profughi siriani uccisi a fucilate dalle guardie di frontiera turche, negli ultimi quattro mesi, mentre tentavano di varcare di nascosto il confine. Lo ha denunciato l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, citando le testimonianze di un ufficiale di polizia siriano e di un “passatore”, sempre siriano ma residente in Turchia, che più volte ha favorito il passaggio oltrefrontiera di migranti in fuga dalla guerra. Tra le vittime, anche tre ragazzini.

Gennaio-febbraio 2016, Siria, Azaz, confine siriano: decine di feriti

Decine profughi siriani di feriti a colpi d’arma da fuoco dalla polizia turca lungo il confine, nella zona di Azaz: lo denunci un dossier di Amnesty International facendo eco e dando conferma al rapporto dell’Osservatorio siriano per i diritti umani sull’uso “facile” di mitra e fucili da parte delle guardie di frontiera di Ankara. Secondo la relazione di Amnesty, tra gennaio e febbraio 2016 gli ospedali della zona di Aziz hanno ricevuto una media di due civili al giorno, feriti da proiettili in modo più o meno grave, mentre tentavano di varcare il confine, soprattutto all’altezza di Kilis, accompagnati da trafficanti di uomini.

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“VISTI DI TRANSITO” Accoglienza dei profughi e migranti in transito a Bologna- 05/09/2015 h 15.30

Il Coordinamento Eritrea Democratica vi invita alla Tavola Rotonda


“VISTI DI TRANSITO” Accoglienza dei profughi e migranti in transito a Bologna

5 Settembre pomeriggio

sabato 5 settembre alle ore 15.30 al Centro interculturale “Massimo Zonarelli” in via Sacco 14, Bologna.

L’incontro ha l’obiettivo di approfondire le problematiche, quantomai attuali, legate al transito dei profughi nella cittá di Bologna. 
Il fenomeno articolato e complesso, non più emergenziale bensì strutturale, ci pone di fronte alla necessitá di confrontarci affinchè la sua gestione diventi oggetto di interesse collettivo ed istituzionale
come sta giá avvenendo in modo efficace in altre cittá.Ci saranno testimonianze dirette delle esperienze di Bolzano, Milano e Roma.
 
Chiediamo gentilmente conferma via email della partecipazione: coord.eritreademocratica@gmail.com

 

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Candidato al Nobel per la Pace don Mussie Zerai, l’angelo dei profughi

mussie zeraiDon Mussie Zerai, fondatore e presidente dell’agenzia Habeshia, è tra i candidati al Premio Nobel per la Pace. Il suo nome è stato proposto da Kristian Berg Harpiken, direttore dell’Istituto di ricerca internazionale di pace di Oslo, per l’opera che svolge da anni, proprio attraverso Habeshia, in difesa dei diritti e della vita stessa dei richiedenti asilo e dei migranti in fuga da guerre, dittature, terrorismo, persecuzioni, fame e miseria.

E’ solo il primo gradino verso il prestigioso riconoscimento, che verrà assegnato nel prossimo mese di dicembre. Lo stesso Harpiken getta acqua sul fuoco: “Spesso i primi nomi che circolano vengono bruciati e quasi mai le previsioni sono rispettate”. Ma il fatto in sé di aver ricevuto la “nomination” conferma come l’attività condotta da don Zerai e da Habeshia abbia attirato l’attenzione ai più alti livelli. Anche se, in verità, più in Europa e negli Stati Uniti che in Italia, dove pure l’agenzia è stata fondata, ha mosso i passi iniziali e continua a operare in prima linea.

La notizia della nomination ha raggiunto don Zerai a Zurigo, dove svolge la sua missione pastorale per la comunità eritrea ed etiopica riparata in Svizzera. Non si è scomposto più di tanto. Non è nel suo stile, del resto. “Mi fa piacere, è ovvio – ha dichiarato – ma fermiamoci qui… Ci sono decine di candidati. A cominciare da papa Francesco, che ha sicuramente molti più titoli e meriti di me. Ammesso che io abbia meriti tali da essere proposto addirittura per il Nobel. In realtà, io faccio solo ciò che ritengo giusto. Mi limito a cercare di attuare quello che proprio il Papa ha indicato fin da quando si è insediato: andare verso le periferie e schierarsi dalla parte degli ultimi della terra, per guardare ai problemi con i loro occhi. Niente di più. E se tutto questo è riconosciuto degno del Nobel, allora mi auguro che serva a spingere il Nord del mondo, i potenti della terra come dice papa Bergoglio, ad abbattere le mura della Fortezza Europa arrivando a un sistema di accoglienza unico, accettato e condiviso da tutti gli Stati dell’Unione, e a cambiare finalmente la politica condotta nel Sud del mondo. Perché spesso è proprio questa politica a costringere milioni di giovani ad abbandonare la propria casa”.

Non ha voluto aggiungere altro. La proposta di Harpiken, tuttavia, non sembra arrivare per caso, dopo un anno, il 2014, nel quale la tragedia dei profughi è esplosa drammatica come mai in precedenza, con quasi 170 mila sbarchi in Italia, oltre 3.600 morti nel Mediterraneo e una escalation continua che, secondo gli ultimi dati dell’Unhcr, ha portato a 53 milioni il numero delle persone costrette nel mondo a una ‘fuga per la vita’ dal proprio paese. Un esodo enorme, mai registrato prima nella storia, ma che, visto il continuo moltiplicarsi delle situazioni di crisi, segna non il culmine ma solo l’inizio di un problema terribile, con cui l’intero pianeta dovrà fare i conti.

Il punto è proprio qui. Don Zerai è il simbolo di questo problema epocale. Non a caso è noto come “l’angelo dei profughi”. Un appellativo che si è guadagnato sulla stampa internazionale per tutto quello che ha fatto in questi anni, mettendosi senza riserve al servizio delle vittime di una tragedia che, come lui stesso ripete spesso, affonda le radici anche nel pregiudizio, nell’opportunismo, nel conformismo, nell’indifferenza di milioni di uomini e donne che hanno la fortuna di essere nati e di vivere nella “parte privilegiata” della terra.

Anche don Zerai ha un passato di profugo. Nato in Eritrea, ad Asmara, è espatriato fortunosamente in Italia nel 1992, appena diciassettenne, come rifugiato politico. E’ una vicenda che non ha mai dimenticato e che gli ha anzi segnato la vita fin da quella mattina di primavera che, ridestandosi finalmente libero a Roma dove era arrivato la sera prima, ha sentito l’obbligo morale di mettere la sua esperienza e le sue forze a servizio di altri giovani come lui. Diventare attivista per i diritti umani è stato lo sbocco naturale di questa scelta, che ha poi confermato e rafforzato negli anni degli studi: filosofia a Piacenza dal 2000 al 2003, teologia nei cinque anni successivi e poi morale sociale presso l’Università Pontifica Urbaniana fino al 2010, quando è stato ordinato sacerdote.

La missione che ha voluto darsi si è intensificata in particolare proprio dopo che ha preso i voti, in concomitanza con l’aggravarsi della vicenda dei profughi a causa di tutta una serie di situazioni di crisi esplose in Africa e nel Medio Oriente. E’ stato tra i primi, in quegli anni, a partire dalla tarda estate del 2010, a segnalare la tratta degli schiavi nel Sinai. E’ una piaga tuttora aperta: centinaia di giovani catturati nel deserto, verso il confine di Israele, da bande di predoni beduini collegate a organizzazioni criminali internazionali, che pretendono per ogni prigioniero riscatti saliti rapidamente da 8-10 mila a 40-50 mila dollari e che minacciano di consegnare chi non riesce a pagare al mercato degli organi per i trapianti clandestini. Le sue denunce, fatte attraverso l’agenzia Habeshia, insieme a quelle di altre organizzazioni umanitarie, hanno destato sensazione in tutto il mondo, ma l’eco si è spenta in poche settimane, senza che la comunità internazionale si sia mai fatta davvero carico di questa che appare un’autentica emergenza umanitaria.

Da allora c’è stato un crescendo di orrore. Il traffico di schiavi nel Sinai è diminuito ma non è mai cessato. Nemmeno dopo che Israele ha chiuso nel 2012 la sua frontiera con l’Egitto, innalzando una barriere impenetrabile di filo spinato e sensori elettronici. E’ solo cambiata la strategia criminale: anziché attendere i migranti nel Sinai, i predoni ora li adescano con il miraggio di un espatrio in Europa o addirittura li rapiscono direttamente nei centri di soggiorno provvisorio sparsi tra il Sudan e l’Etiopia. Anzi la mafia dei trafficanti ha esteso e radicato i suoi tentacoli lungo tutte le vie di fuga dei migranti, sia nei paesi di transito verso l’Europa che in quelli di prima accoglienza: Etiopia, Egitto, Libia. Il Sudan, soprattutto, dove le bande beduine hanno trasferito dal Sinai le proprie basi operative. Mentre le crisi, le rivolte, le guerre, le carestie esplose dal 2010 ad oggi, continuano a produrre fuggiaschi e richiedenti asilo e, dunque, “materiale umano” da sfruttare per i trafficanti di morte.

Don Zerai è diventato un punto di riferimento per le vittime di tutto questo: prima a Roma, dove ha esercitato la fase iniziale del suo sacerdozio, ed ora in Svizzera. I suoi recapiti, dai telefoni cellulari personali ai numeri dell’agenzia Habeshia, sono ormai considerati un’ancora di salvezza per i giovani prigionieri dei predoni, per le famiglie che non hanno più notizie dei loro cari, per i richiedenti asilo relegati nei lager libici, per i migranti dimenticati nelle carceri egiziane o nei campi profughi del Sudan, per i rifugiati abbandonati a se stessi in Italia. Disperati dei quali spesso non si occupa nessuno. E lui, oltre a fare il possibile per organizzare una rete di aiuto diretto, continua a documentare e a battersi perché questa tragedia entri come prioritaria nell’agenda dell’Onu, dell’Unione Europea e di tutte le cancellerie occidentali.

La sua voce non è rimasta inascoltata: è stato più volte sentito dall’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati; nel giugno 2012 ha avuto un’audizione ufficiale con l’allora segretario di stato americano Hillary Clinton a Washington; è stato convocato dalle commissioni affari interni e per i diritti dell’uomo dell’Unione Europea alle quali ha consegnato in particolare, all’inizio del novembre 2012, un rapporto sulle terribili condizioni dei centri di detenzione in Libia; nel 2013 e lo scorso anno ha avuto tre incontri a Bruxelles sulla situazione in Libia e nel Mediterraneo e un confronto sul traffico di esseri umani con il commissario Ue Cecilia Malmstron. Un anno fa ha affrontato questo stesso problema in Vaticano, nel corso di un colloquio con Luis de Baca, del Dipartimento di Stato americano. I suoi dossier sono diventati in diversi casi la base per inchieste della magistratura internazionale o dei singoli paesi ed è stato più volte contattato come “esperto” da vari parlamentari europei e italiani.

Ma è ancora soltanto l’inizio di un lavoro lungo e difficile – continua a ripetere – Questa enorme tragedia troverà soluzione, come ha ammonito papa Francesco, solo quando i potenti della terra cambieranno la loro politica nei confronti del Sud del Mondo. Degli ultimi della terra”.

di Emilio Drudi

Solidarietà a Paola La Rosa e il compagno Carmelo Gatani

Il Coordinamento Eritrea  Democratica esprime solidarietà e vicinanza a Paola La Rosa vittima con il compagno Carmelo Gatani di una ignobile aggressione davanti alla sua casa di Cala Pisana a Lampedusa la notte tra il 13 e 14 agosto quando un gruppo di persone ha tentato di sfondare il portone dell’abitazione urlando “andate via di qui, ti ammazzeremo e ti bruceremo la casa di nuovo”.

Intimidazioni e minacce che ci preoccupano anche alla luce dell’incendio doloso che distrusse parzialmente la sua casa nel 2004.

Proviamo sconcerto e un profondo rammarico per l’accaduto. Paola – che per scelta vive a Lampedusa da ormai 12 anni – è persona non violenta, fortemente impegnata nella promozione di iniziative rivolte alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul tema dell’accoglienza, dei diritti e alla tutela dell’ambiente.  In più di una occasione l’isola dell’accoglienza ha dimostrato di possedere gli anticorpi per isolare i violenti e gli incivili siamo certi che saprà condannare questo gesto orribile per mostrare che Lampedusa è luogo di accoglienza per tutta la gente per bene.

Paola La Rosa è un avvocato di Palermo che da tre anni ha lasciato la professione e da un decennio vive a Lampedusa, dove ha aperto con suo marito un B&B. Attivista di Legambiente, che sull’isola siciliana dal maggio 2012 vanta un sindaco, Giusi Nicolini, determinato a derubricare dal territorio la parola «emergenza» e a riportare la normalità: scuole a norma, legalità, depuratori funzionanti e ambiente pulito. Non si contano le intimidazioni e le minacce di cui è destinataria. Ultima, all’inizio di settembre 2013, una busta con la scritta «antrace», piena di polvere bianca.

Vede tante  persone che arrivano in condizioni disperate, Li conosce una ad una, e  li ospita quando tornano (magari per un tirocinio formativo in alcune aziende locali), dopo anni dal primo approdo in Italia.

Aiuta molti Eritrei ed è stata vicino ai parenti e alle vittime della tragedia di 3 ottobre.

Ha fondato il Comitato 3 ottobre e si batte per l’accoglienza, la convivenza ed il rispetto dei diritti.