Tigrai, la fame come arma di guerra: “Da 50 a 100 morti al giorno per denutrizione acuta”

A cura di Emilio Drudi

“Si possono calcolare dai 50 ai 100 morti di stenti e denutrizione acuta al giorno”: è quanto emerge dal rapporto sul Tigrai pubblicato dalla World Peace Foundation, l’istituto americano di ricerca diretto dal professor Alex de Waal, che chiama in causa le truppe etiopi ed eritree e le milizie amhara, accusandole di aver portato il paese sull’orlo di una gravissima carestia, usando la fame come arma di guerra.

E’ un’accusa molto grave: un crimine di guerra, che è doveroso perseguire in base al diritto internazionale. Ma, pur ammettendo che le informazioni raccolte non sono ancora complete (perché gran parte del territorio è ancora inaccessibile per gli operatori umanitari e ancora di più per i giornalisti indipendenti), gli autori della ricerca non hanno dubbi: “Si sta deliberatamente causando la fame” a milioni di persone. I dati, del resto, parlano chiaro. Secondo le stime delle Nazioni Unite, su una popolazione complessiva di 6 milioni di abitanti, quasi due terzi, circa 4,5 milioni, possono vivere solo di aiuti. Rispetto a qualche settimana fa, si è aperto qualche spiraglio: dal 22 marzo le agenzie umanitarie riferiscono che, in alcune zone, riescono a muoversi con minore difficoltà. “Ma le aree sotto il controllo della Tigray Defense Force sono ancora quasi impossibili da raggiungere. E ciò significa che le forniture di aiuti d’emergenza hanno raggiunto al massimo un milione di persone su 4,5”,riferisce il giornalista sudafricano Martin Plaut, riprendendo un passo del rapporto.

In questa situazione si è precipitati molto rapidamente. In pratica fin dai primi giorni di guerra, cinque mesi fa. Proseguendo con questo ritmo – secondo la World Peace Foundation – entro maggio 2021, tra meno di due mesi, la crisi entrerà nella “fase 4”, il penultimo gradino prima della carestia conclamata e generalizzata, con un numero enorme di vite perdute. “Questa grave mancanza di cibo – sottolineano i ricercatori – è  un fenomeno da valutare per come è maturato. Le famiglie sono state messe in questa condizione dalle forze d’invasione, che le hanno private di ogni mezzo di sopravvivenza. Sono stati determinanti i saccheggi, i furti di bestiame e di derrate alimentari, la distruzione dei raccolti e delle riserve di cibo”. In più, i pesanti danni inflitti alle fabbriche, che hanno dovuto cessare ogni attività, privando moltissime persone del salario di cui vivevano. E con la distruzione delle banche sono andati persi o congelati anche i risparmi, che sarebbero vitali in un momento come questo, ma che nessuna sa se e quando potranno tornare ad essere accessibili e utilizzabili.

L’unica soluzione sarebbe un cessate il fuoco immediato. Crhris Coons, il senatore americano inviato come osservatore ad Addis Abeba dal presidente Biden, lo ha chiesto con insistenza. Prima di lui si era espressa in questo senso anche Helen Clark, ex primo ministro della Nuova Zelanda, che ha poi ribadito la richiesta proprio sulla base del rapporto della World Peace Foundation. Finora senza alcun esito. Anzi, si parla di una nuova grande offensiva contro il Tplf condotta in tandem tra le truppe etiopi ed eritree.

Ancora stragi etniche: uccisi 35 Oromo da milizie amhara

Pochi giorni fa una strage di civili amhara, uccisi da miliziani oromo nella provincia del Wollega. Ora un massacro di oromo, 35, ad opera di milizie amhara. Sembra essersi scatenata, in Etiopia, probabilmente anche sulla scia della guerra in Tigrai, una spirale di violenza senza fine, che investe ormai gran parte delle regioni e delle principali etnie. La mattanza, questa volta – come riferisce l’agenzia Morad News, pubblicando una serie eloquente di foto – è avvenuta nel Wollo, il distretto dell’Amhara a sud di Gondar, che confina con l’Oromia e dove, dunque, la minoranza oromo è piuttosto numerosa. Anche in questo caso, come nel Wollega, si sarebbe trattato di un attacco in forze a un villaggio, andando a stanare le vittime strada per strada, spesso nelle loro stesse abitazioni. Il rapporto a cui fa riferimento Morad News, oltre alle vittime, cita almeno cento case distrutte e numerose moschee incendiate. “Fonti locali – si afferma nella nota – accusano le truppe federali etiopi non solo di non essere intervenute ma di aver dato sostegno alle milizie amhara”.

Nilo, nulla di fatto negli incontri in Congo: clima sempre più teso

“I colloqui a Kinshasa per l’uso dell’acqua del Nilo si sono conclusi senza alcun progresso”. I primi a sottolinearlo – come riferisce l’agenzia Reuters – sono stati l’Egitto e il Sudan. E’ una notizi più che allarmante, che alimenta ulteriormente la tensione, già molto alta, con l’Etiopia. D’altra parte, alla vigilia dell’incontro coordinato dal premier del Congo, Felix Tshilombo Tshisekedi,  nella sua qualità di presidente di turno dell’Unione Africana, l’Egitto aveva detto esplicitamente che si trattava forse dell’ultima possibilità di riavviare il negoziato prima che Addis Abeba dia corso alla seconda fase del riempimento dell’invaso a partire dal prossimo mese di luglio: altri 13,5 miliardi di metri cubi d’acqua, in aggiunta ai 5 dello scorso anno, in modo da arrivare al 25 per cento della capacità totale prevista. Ora questa “ultima possibilità” è saltata e il futuro si presenta quanto mai incerto. Il Cairo e Khartoum hanno sempre detto di non essere disposti ad accettare “la politica del fatto compiuto” e che le decisioni unilaterali prese da Addis Abeba costituiscono una violazione del diritto internazionale. L’Egitto, in particolare, insiste che non consentirà in alcun modo una riduzione del flusso senza intese preliminari, perché dal Nilo dipendono oltre il 90 per cento delle sue risorse. “La vita stessa della nostra popolazione”, hanno insistito diverse voci del governo. E per parte sua il Sudan, citando l’esperienza dello scorso anno, con la prima fase del riempimento, denuncia che l’impatto di un’azione non concordata avrebbe conseguenze devastanti per almeno 20 milioni di persone, mettendo a rischio le forniture idriche anche nella stessa Khartoum, impedendo l’irrigazione di migliaia di ettari, creando rischi e grossi problemi alle sue due dighe e centrali elettriche che si trovano poco a nord del confine etiopico. “Per evitare tutto questo – ha detto il ministro degli esteri Mariam al Sadig al Mahdi – siamo pronti a prendere in considerazione tutte le opzioni possibili”. L’Etiopia tuttavia non fa neanche un passo indietro: “Non possiamo stipulare un accordo che precluda i legittimi  diritti del nostro paese, attuali e futuri, sull’utilizzo del Nilo”, ha dichiarato il ministro degli esteri Demeke Mekonnen, alla fine dei colloqui. Con questa stessa motivazione è stata respinta la proposta di una mediazione internazionale condotta da Onu, Unione Africana, Unione Europea e Stati Uniti. A luglio mancano meno di tre mesi. C’è chi ricorda le manovre militari congiunte condotte dall’Egitto e dal Sudan pochi giorni prima dell’incontro di Kinshasa: è stato un avvertimento?

Nella foto, un’immagine della carestia degli anni 80 provocata almeno in parte dalla strategia di guerra del Derg: secondo la World Peace Foundation anche ora in Tigrai la fame verrebbe usata come “arma” per piegare la resistenza della popolazione

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