Tigrai. Lo stupro come arma di guerra, la Cnn: “Emergono sempre più prove”

A cura di Emilio Drudi

“Lo scorso mese di novembre, alcuni soldati eritrei ed etiopi mi hanno trascinato fuori dalla mia casa e legata a un albero lì vicino. Mi hanno picchiata e violentata per almeno dieci giorni…. Ho perso il conto. Mentre infierivano, mi hanno fatto delle foto, gettato addosso dell’alcol. E ridevano. Poi uno di loro ha ucciso mio figlio, di dodici anni, sotto i miei occhi…”. “Era l’inizio di dicembre. Un soldato ha fatto irruzione nella nostra casa. Era etiope. Voleva che mio nonno facesse sesso con me. Mio nonno si è rifiutato e allora quello gli ha sparato. Poi mi ha gettato su un divano e ha cercato di violentarmi. Mi sono difesa sferrandogli un calcio all’inguine, ma lui mi ha sopraffatta, sparandomi a una mano e ha minacciato di uccidermi se non mi fossi spogliata in tre secondi. E poi ha sparato ancora una raffica, colpendomi al braccio e alla gamba destri…”. A raccontare sono due delle tantissime vittime di violenze sessuali in Tigrai. La prima è una ventinovenne di Agula, 32 chilometri a nord est di Macalle. L’altra una studentessa diciottenne di Abiy Addi, nel Tigrai centrale: due giorni dopo, in ospedale, hanno dovuto amputarle il braccio, quasi tranciato dai proiettili. I medici dell’ospedale di Macalle – dove è stato aperto un reparto speciale per le donne stuprate, con più di 260 ricoveri – hanno calcolato oltre 500 episodi di questo genere solo tra la stessa Macalle e Adigrat. Ma sono sicuramente molti di più: tante giovani non hanno trovato la forza di denunciare o, più semplicemente, specie nelle zone rurali, non c’erano strutture a cui rivolgersi e chiedere aiuto, visto che la maggior parte degli ospedali e dei presidi sanitari territoriali sono stati distrutti. Numerose altre denunce, inoltre, sono arrivate e continuano ad arrivare da donne che, riuscite a fuggire in Sudan, si stanno rivolgendo ai servizi di assistenza dei campi profughi. Conferma questo numero altissimo di vittime una meticolosa inchiesta trasmessa di recente dalla emittente inglese Channel 4 News. Un nuovo corposo rapporto è stato ora pubblicato dalla Cnn, che non solo ribadisce le dimensioni di questo orrore, ma afferma che emergono prove sempre più consistenti che la violenza sessuale sarebbe stata utilizzata deliberatamente, in Tigrai, come arma di guerra. Secondo le cartelle cliniche e le testimonianze dei sopravvissuti – riferisce la Cnn – le donne hanno subito spesso stupri di gruppo, sono state drogate e tenute in ostaggio. Le loro storie sono simili e chiamano in causa truppe sia etiopi che eritree. Molte hanno specificato che i soldati sembravano compiere una “missione punitiva” e che, comunque, hanno agito nella quasi totale impunità. E’ eloquente, in proposito, il racconto di una ragazza raggiunta dalla Cnn ad Hamdayet, in Sudan: “Quel soldato mi ha dato uno spintone e poi ha detto: voi tigrini non avete storia, non avete cultura… Posso fare di te quello che voglio e nessuno se ne preoccuperà…”. Ora, in seguito alla violenza subita, quella ragazza è incinta. La testimonianza resa alla Cnn da un medico del campo di Hamdayet sembra confermare che questi stupri così numerosi sarebbero frutto di un preciso disegno preordinato: “Molte donne sono state violentate da miliziani amhara. In tante hanno riferito che, mentre venivano stuprate, i loro aggressori dicevano di voler ‘pulire etnicamente il Tigrai’. Che le violentavano per cambiarne l’identità: per ‘amharizzarle’ o almeno per cancellare il loro status di tigrine. Che erano arrivati per ‘purificarle e ripulire la loro linea di sangue’… Ma questo, in pratica, è un genocidio”. Quanto siano numerose le vittime lo dice anche la testimonianza del coordinatore di un centro antiviolenza, citando il numero crescente di donne che hanno chiesto aiuto: “In certi momenti ne sono arrivate fino a 22 al giorno. E, più in generale, è fortemente aumentata, negli  ultimi mesi, la richiesta di contraccezione d’emergenza e di test per le infezioni a trasmissione sessuale. Molte delle giovani violentate, infatti, hanno contratto delle malattie, inclusa l’Hiv”. E le diagnosi spesso sono tremende: “Molte delle donne che ho curato – ha dichiarato un medico – insieme agli abusi sessuali hanno subito pesanti violenze fisiche: ossa spezzate e gravi contusioni in tutto il corpo. Donne di tutte le età: la più anziana di cui mi sono occupato ha 60 anni, la più giovane è una bambina di appena 8 anni…”. Di fronte a questa valanga di denunce, il premier etiopico Abiy Ahmed ha promesso di “fare giustizia”. Non basta. Qualunque cosa faccia Abiy, occorre un’inchiesta internazionale indipendente, con pieni poteri. Come è previsto per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità.

Due rifugiati uccisi da soldati eritrei al confine con il Sudan

Nonostante le violenze che ancora sconvolgono il Tigrai, volevano tornare a casa dal Sudan: sono stati uccisi poco dopo aver varcato il confine con l’Etiopia, percorrendo a ritroso il cammino fatto, in fuga dalla guerra, quasi cinque mesi prima. Sono due profughi della provincia di Dima. Venivano dal campo di Hamdayet, in gruppo con diversi compagni. Camminavano di buon passo verso Humera, la città tigrina a cavallo del triangolo tra Etiopia, Eritrea e Sudan, la prima ad essere attaccata in forze, all’inizio di novembre, dalle truppe di Asmara, che ancora la occupano. Secondo quanto è stato riferito al Sudan Tribune da alcuni  testimoni, non hanno fatto in tempo neanche a raggiungere l’abitato: una pattuglia di soldati eritrei li ha sorpresi e uccisi. Sarebbero stati colpiti alla testa. Altri del gruppo – tra cui, a quanto pare, dei profughi oromo – sono rimasti feriti: i compagni li hanno aiutati a fuggire e a tornare in Sudan, dove sono state trasportate anche le salme delle due vittime. Addis Abeba ha ostinatamente negato per cinque mesi che in Tigrai ci siano truppe eritree. In realtà gli eritrei non solo ci sono, ma sono schierati in forze anche al confine col Sudan. Esattamente come ha più volte detto il governo di Khartoum.

Decine di morti in un assalto armato nel Wollega (Oromia)

Circa 30 morti e decine di feriti. E’ il bilancio dell’ennesimo massacro in Oromia. La conferma di come, per quanto “oscurata” dalla guerra in Tigrai, la situazione appaia incandescente in tutta la regione, per i contrasti con il governo federale e la repressione della polizia, cui si legano scontri etnici sempre più sanguinosi e frequenti. L’ultima strage si è verificata nella provincia del Western Wollega. Le vittime, civili  inermi, sono tutte di etnia amhara: uomini, donne e bambini di  un villaggio preso d’assalto di sera, intorno alle 20, quando la gente si apprestava ad andare a letto. Tutto si è svolto così rapidamente che non è stato possibile neanche un accenno di difesa. Chi ha potuto, ha cercato scampo nella fuga o nascondendosi nella boscaglia, ma i miliziani sono andati casa per casa, uccidendo chiunque incontrassero. Un massacro senza pietà che, secondo alcuni funzionari regionali, sarebbe imputabile all’Olf Shane, un gruppo scissionista dell’Oromo Liberation Front, già protagonista di azioni simili in passato ma dal quale, in questo caso, non è arrivata alcuna rivendicazione. Il 5 marzo una strage analoga è stata compiuta a Debos Kebele: un gruppo di terroristi ha fatto irruzione nella chiesa, uccidendo il sacerdote, 21 donne e alcuni bambini. Un’autentica orgia di violenza, in particolare, è esplosa tra il 29 giugno e il 2 luglio 2020, durante le proteste per l’uccisione misteriosa del cantante Hachalu Hundessa, un simbolo per la popolazione oromo. La Commissione etiope per i diritti umani (Ehre) ha pubblicato lo scorso gennaio i risultati dell’inchiesta condotta su quei giorni di sangue in 40 località. Risulta che complessivamente sono state uccise almeno 111 persone e circa 500 ferite. Nello specifico, 35 uccise e 306 ferite dai manifestanti; 76 uccise e 190 ferite dalla polizia.

Nella foto, una donna rifugiata in Sudan: a spingere molte alla fuga è stata anche la paura di violenze sessuali da parte di soldati eritrei o etiopi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...