Da migranti a detenuti

Il caso del Centro di primo soccorso e accoglienza (Cpsa) di Pozzallo è esemplare. Collocato nel porto, in una zona franca, il capannone doganale si erge dietro un ulteriore recinto di barriere, cancelli e filo spinato. A fronte di una capienza massima di 130 posti, il centro il 7 novembre scorso «ospitava» oltre 400 migranti (una costante per tutta l’estate 2013) oggi, invece, circa 250. Per alleggerire la capienza, nei mesi di ottobre e novembre scorso era stata persino allestita una «dependance» del centro, nella palestra di Pozzallo, – 200 profughi nelle aule – cosa che suscitò molte polemiche.

Un sistema di accoglienza che avrebbe dovuto soddisfare esigenze di transito solo per 24-72 ore e che invece è stato utilizzato per limitare la libertà personale o la libertà di circolazione dei migranti appena sbarcati per tempi che hanno anche superato i due mesi. Ed ancora il mese scorso una parte dei migranti accolti nella tendopoli del PalaNebiolo a Messina, veniva ricondotta nella Palestra di Pozzallo per la cronica assenza di posti nei veri centri di accoglienza del sistema Cara (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) o Sprar (Servizio per la protezione dei richiedenti asilo e dei rifugiati).

Nel Centro di Pozzallo, non c’è una mensa, il pranzo – lo si fa seduti sui materassi o in fila nel cortile. Non funziona il servizio di lavanderia, né quello di barberia, nessuna privacy dei lavandini e carenti condizioni igieniche. Il dormitorio, un’immensa aula di 400 materassi sporchi e sfilacciati buttati a terra, senza lenzuola, dove uomini di tutte le età e provenienze, persino donne e minori, dormono insieme, testa piede in un inenarrabile promiscuità. Il reparto femminile (che esisteva nel 2011) è scomparso. Donne e minori non accompagnati giacciono in mezzo a uomini sconosciuti. Di notte non si dorme, tra tafferugli, grida e musica.

Esseri umani ammucchiati, ridotti a corpi sorvegliati da telecamere di sorveglianza controllate dall’ufficio del direttore del centro e guardati a vista dalla polizia presente 24 ore su 24 in garitte trasparenti piazzate nei luoghi di riposo. Le minime esigenze di privacy sono costantemente violate.

Il centro di Pozzallo manca soprattutto drammaticamente di un servizio di tutela legale e di orientamento a rifugiati e potenziali richiedenti asilo. Un unico mediatore in lingua araba per 200 migranti, nessuno per l’inglese, In quella estrema sponda della Sicilia sud-orientale, dove sbarcano non tanto migranti economici, ma profughi in fuga da conflitti: Etiopi, Eritrei, Somali, alcuni dei quali detenuti per mesi o anni nei famigerati lager libici e scappati imbarcandosi a costo di naufragare. Ed eccoli qua, quei soggetti vulnerabili, senza tutela legale né corretta informazione sul loro statuto, sulle loro richieste, sui loro diritti.

Come unico «documento», i braccialetti di plastica al polso con il codice di identificazione che serve per avere cibo o ricariche. Quella cifra che ha preso il posto del tuo nome, e identità. «Cosi ti chiamano nel centro: K68», ci dice Mohammed, un ventenne eritreo.
In una stanza più interna, erano rinchiusi quelli non identificati o quelli non si vogliono fare identificare. Uso dei manganelli, anche elettrici, prelievo coatto delle impronte digitali in un luogo fuori dal monitoraggio di associazioni indipendenti ed avvocati.

Degli abusi all’interno del centro non si ha più testimonianza da fine settembre (dopo il cambiamento dell’allora Vice-Questore di Ragusa). Prima della fine dell’estate, alcuni profughi intervistati fuori dal centro, raccontavano di pestaggi e persino di una stanza speciale – dove si realizzava una forma di «sequestro» interno al centro, dove senza pasto ne tutela erano rinchiusi presunti scafisti o persone che si erano ribellati all’identificazione ed al prelievo forzato delle impronte.
I volontari e l’ente gestore non hanno altra sigla o nome da dichiarare che quelli del Comune di Pozzallo. Lo standard di accoglienza, ai minimi e al di sotto di tutti standard internazionali, viola anche vari articoli del Capitolato di appalto (per la gestione dei Cpsa del novembre 2008). La tutela sanitaria è al limite: due medici convenzionati dal centro di cui uno anche medico autorizzato dalla Capitaneria per i controlli sanitari a bordo delle nave (cioè impegnato negli numerosi sbarchi), a rotazione. Nessuna assistenza psicologica e post-traumatica per profughi che hanno sofferto traumi.
Decisamente fuori dalle regole i tempi di permanenza, che sono lunghissimi, da uno a tre mesi. Mentre una struttura come un Cpsa in base al regolamento attuativo della legge sull’immigrazione (art.23) sarebbe «destinata all’accoglienza dei migranti per il tempo strettamente occorrente al loro trasferimento in altri centri (indicativamente 24/48 ore)».

Quello che avviene a Pozzallo non è molto differente da quello che accade a Lampedusa, dove gli ospiti del centro sono dei veri e propri reclusi, e dove in passato la struttura si è caratterizzata per aver trattenuto decine di minori non accompagnati, egiziani e somali, detenuti per i ritardi delle procedure di asilo, la lentezza delle Commissioni territoriali, e per la mancanza di posti in altre strutture di accoglienza dello Sprar (il sistema di protezione per i domandanti asilo e i rifugiati).

Anche a Pozzallo è un limbo totale. Donne, somale, accasciate lunghe ore, sui materassi, incontrate lo scorso 4 settembre sono lasciate mesi al buio sul proprio futuro. Nessun che abbia pronunciato la parola «asilo». Alì, un rifugiato dal Darfur aggiunge, «“Ricevi cibo di cosa ti lagni?”, ci dicono gli dentro: non hanno nessun idea che non veniamo per migliorare la vita in Italia ma che siamo sfuggiti per salvarci la pelle». Altri, come gli eritrei invece non avrebbero voluto fare la richiesta d’asilo in Italia, perché hanno parenti in altri paesi europei. Jamal: «Non pensavo che sarei stato testimone di discriminazioni razziali in una paese democratico».
Questo il Centro di Pozzallo: fino a ieri, circa duecento cinquanti profughi e potenziali richiedenti asilo, che come in altri centri vengono confinati mesi in un luogo di trattenimento informale diventato di fatto di segregazione. Nel silenzio di tutti. Non solo a Lampedusa dunque l’accoglienza si trasforma in detenzione (spesso su base razziale).

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