ISRAELE-La battaglia dei migranti per il riconoscimento dei loro diritti


Le proteste dei migranti africani nei pressi dell’ambasciata statunitense a Tel Aviv, in Israele, il 6 gennaio 2014. (Baz Ratner, Reuters/Contrasto)

Il 7 gennaio, per il terzo giorno consecutivo, decine di migliaia di migranti africani, soprattutto eritrei e sudanesi, sono scesi in strada a Tel Aviv, in Israele, e di fronte alle ambasciate straniere presenti in città per chiedere al governo israeliano un trattamento più dignitoso e il riconoscimento del loro status di rifugiati.

Nel paese i migranti che lavorano illegalmente e per una paga molto bassa sarebbero oltre 50mila. Molti di loro sono scappati da zone di guerra come il Sudan o l’Eritrea e sono arrivati nel paese attraverso la penisola del Sinai, dove sono frequenti episodi di rapimenti e di traffico di organi.

Una volta superato il confine, hanno chiesto asilo politico al governo israeliano. Ma Israele non considera la richiesta legittima, ritiene che queste persone siano arrivate nel paese per ragioni economiche e, inoltre, le accusa di essere un rischio per la sicurezza nazionale.

Difendere lo stato. Alla fine del novembre del 2013 il governo israeliano ha approvato alcune misure contro l’immigrazione illegale, tra cui pene severe per i datori di lavoro che assumono migranti senza documenti e contributi fino a 3.500 dollari per i migranti disposti a tornare nel proprio paese. “Siamo determinati a rimpatriare le decine di migliaia di migranti illegali che vivono in Israele, dopo aver ridotto il numero dei lavoratori immigrati irregolari nelle nostre città”, aveva dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in quell’occasione. “I provvedimenti approvati all’unanimità sono necessari per mantenere il carattere ebraico e democratico dello stato e ristabiliranno la sicurezza dei cittadini israeliani, in linea con le direttive della corte suprema e del diritto internazionale”.

Il 10 dicembre è diventata legge una proposta che consente alle autorità israeliane d’incarcerare fino a un anno e senza che si svolga un processo i migranti entrati in Israele senza permesso (una norma del 2012 che consentiva di mettere in prigione fino a tre anni e sempre senza processo era stata annullata dalla corte suprema israeliana nel settembre del 2013). Nel frattempo è stato aperto un nuovo centro di detenzione per migranti nel deserto del Negev.

Il 5 gennaio Netanyahu ha dichiarato che nel 2013 2.600 migranti hanno lasciato il paese per essere rimpatriati. “Voglio sottolineare che questi non sono rifugiati, ma persone che hanno infranto la legge e verso i quali useremo tutti i mezzi consentiti”, ha detto il primo ministro. Lo stesso giorno Walpurga Englbrecht, rappresentante in Israele dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, ha diffuso un comunicato in cui critica duramente la politica israeliana sull’immigrazione.

Dalla sua creazione nel 1948, Israele ha riconosciuto lo status di rifugiato a meno di duecento persone.

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