Eritrea, regime fiscale

Il governo eritreo impone arbitrariamente agli emigrati nel nostro e in altri Paesi un tributo del 2% sui redditi. A chi non paga non vengono rinnovati i documenti, viene impedito di compiere atti giuridici in patria ed è proibito inviare aiuti alla famiglia. Una situazione che nasconde interessi poco chiari, tollerata dalle autorità italiane. L’articolo di apertura dell’inchiesta pubblicata sul numero di maggio di Popoli.

«Dev’essere chiara una cosa: questa non è né un’imposta legittima, né una libera donazione da parte degli emigranti verso il proprio Paese di origine. È un’odiosa forma di ricatto e di controllo da parte di un regime che non si accontenta di reprimere i propri cittadini in patria, ma li vuole sottomessi anche all’estero». Dalle parole di Munir (il nome è di fantasia, come quelli delle nostre altre fonti), giovane immigrato eritreo, traspare tutta la rabbia per una situazione che per lui e per molti suoi compatrioti sta diventando insopportabile sia dal punto di vista economico sia da quello delle libertà personali.
Parla sotto anonimato, per timore di rappresaglie. Ma quando inizia a raccontare è un fiume in piena. Lui, come tutti gli eritrei della diaspora, è costretto a pagare un’imposta del 2% all’anno sui redditi che produce all’estero (che si aggiunge ai tributi da versare allo Stato che lo ospita). Se non paga, non gli vengono rinnovati i documenti nelle sedi consolari e non può compiere alcun atto giuridico in Eritrea (acquistare o vendere case e terreni, partecipare alla successione testamentaria, richiedere documenti in patria, ecc.). «Questa – continua – è solo una parte del problema. Se la mia famiglia in Eritrea non riesce a dimostrare che io ho pagato l’imposta, non può ricevere il cibo e le merci che le invio. Quel cibo e quelle merci vengono poi sequestrati alla dogana dagli agenti della polizia di frontiera. Non solo, la rete consolare eritrea ha creato un sistema di controlli per evitare ogni tipo di “evasione”. Controlli talmente stringenti che violano, anche all’estero, la libertà personale degli eritrei».

2% E ALTRI BALZELLI
L’imposta nella sua forma attuale
nasce subito dopo l’indipendenza dell’Eritrea (1993). Al termine di una lotta trentennale contro l’Etiopia, Asmara chiede agli eritrei della diaspora di donare parte dei redditi per aiutare la ricostruzione del Paese. Nel 1999, con lo scoppio della nuova guerra contro l’Etiopia, il governo eritreo chiede a tutti gli espatriati nel mondo un’ulteriore una tantum di un milione di lire l’anno (richiesta che si ripete per i tre anni del conflitto) e un versamento aggiuntivo di 50mila lire al mese. Anche in questo caso, la risposta è generosa, nonostante il peso dei contributi inizi a crescere. Ma al governo eritreo non basta ancora. Alla fine della guerra, chiede un altro contributo per le famiglie dei ragazzi morti nel conflitto. Questo, fermo restando l’«obbligo» di versare il 2%. «Dopo la guerra – spiega Michael, un altro ragazzo eritreo – non sono mancate ulteriori una tantum. Un anno abbiamo dovuto pagare una quota extra per gli orfani di guerra, poi per le cene dei reduci. E così via. Nel tempo l’esborso si è fatto sempre più gravoso tanto che molti, soprattutto i giovani emigrati, non sono più riusciti a pagarlo».
Gruppi di eritrei in Italia e in altri Paesi della dispora iniziano a chiedere di ridurre i contributi. Il governo eritreo però non cede. D’altra parte, per Asmara il contributo è un modo per avere entrate certe in valuta pregiata. Valuta contante, perché i consolati non accettano pagamenti tramite assegni, carte di credito, bancomat. Un flusso di denaro del quale non si conosce la destinazione. Tanto da attirare l’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nella risoluzione n. 1907 del 2009, nella quale è stato imposto l’embargo all’esportazione di armi verso l’Eritrea, l’Onu pone l’attenzione a tutte le forme di finanziamento di questo traffico. E tra queste anche le ambasciate e la rete consolare eritrea che gestiscono fondi ingenti derivati dalla cosiddetta diaspora taxation.
Non è un caso che il Canada, pur non vietando all’Eritrea la riscossione del tributo sul suo territorio, abbia imposto che fossero adottati sistemi di pagamento «tracciabili». Anche la Svizzera, sull’onda di una serie di segnalazioni da parte di immigrati eritrei, ha avviato accertamenti. «Il governo di Berna – spiega Yoannes, che da anni vive in Svizzera – si sta muovendo per fare proprie indagini. Qui, come altrove, il 2% viene pagato in ambasciata e in consolato. Capita spesso però che qualche funzionario lo riscuota anche nelle comunità. Recentemente ci sono state forti proteste degli immigrati perché in alcuni casi il tributo è stato raccolto nelle chiese al termine delle funzioni religiose. Ora, però, per effetto dei possibili controlli da parte delle autorità elvetiche, i diplomatici eritrei si sono fatti più guardinghi. Per loro non è più semplice come prima. Ma al di là di questo, qui in Svizzera c’è una forte ribellione, soprattutto dei ragazzi più giovani. Nessuno vuole più pagare».

ITALIA INDIFFERENTE
Anche in Italia la protesta sta montando. A contestare la tassa iniqua sono i ragazzi fuggiti dall’Eritrea per evitare il lunghissimo servizio di leva e il controllo incessante e asfissiante da parte delle autorità di Asmara, ma anche quegli eritrei che da anni vivono nel nostro Paese e sono stufi di questo balzello. «Sono arrivata in Italia una ventina di anni fa – spiega Abeba, un’eritrea con regolare carta di soggiorno e un’occupazione stabile -. Da cinque anni non pago più il 2%. A fine maggio però mi scade il passaporto. So che per rinnovarlo dovrò pagare la quota arretrata che è di circa 1.500 euro (calcolata in base alla busta paga italiana che va presentata ai funzionari eritrei). Un vero salasso per me che ho uno stipendio che non supera i 1.100 euro. Eppure devo pagare, altrimenti non riuscirò a rivedere la mia famiglia».
Il mancato pagamento non impedisce solo il rilascio dei documenti eritrei ma, per assurdo, anche di quelli italiani. Quando, per esempio, un eritreo chiede la cittadinanza italiana, le prefetture pretendono il certificato di nascita e i carichi pendenti del Paese di provenienza, documenti che possono essere richiesti solo nelle ambasciate o nei consolati. Quando ai funzionari italiani vengono fatte notare le difficoltà incontrate, questi chiedono che si porti loro una testimonianza scritta. Testimonianze però non ce ne sono e non possono essercene visto che i funzionari eritrei non rilasciano ai loro cittadini dinieghi scritti e motivati per la mancata concessione dei documenti.
Ciò vale anche per documenti che dovrebbero essere rilasciati ai rifugiati senza alcun problema. «Un ragazzo eritreo rifugiato in Italia e quindi in possesso del permesso di soggiorno sussidiario – racconta Munir – è andato in questura a chiedere il titolo di viaggio che gli permette di spostarsi in Europa. I funzionari italiani gli hanno detto che potevano rilasciargli il documento solo se avesse presentato il passaporto valido». Così lui, che era fuggito alla dittatura eritrea, è stato costretto a tornare nell’ambasciata. Qui i funzionari eritrei gli hanno fatto firmare un foglio in cui dichiarava di essere un traditore e accettava, se fosse tornato in Eritrea, di essere sottoposto a un processo per tradimento. «Una volta firmato il documento – continua la nostra fonte – gli è stato chiesto di pagare il 2%. Dopo molte difficoltà è riuscito a raccogliere i soldi e ha pagato più di duemila euro. Il funzionario, però, dopo aver ricalcolato la somma, ha notato che mancavano 60 euro. Così gli ha bloccato la pratica. Il ragazzo, disperato, è uscito dal consolato per chiedere agli amici il denaro mancante. Tornato nella sede diplomatica gli hanno detto che, essendo stato anche in Sudan per due anni, avrebbe dovuto pagare una somma aggiuntiva anche per quel periodo. A questo punto il ragazzo si è infuriato, ma i funzionari lo hanno minacciato dicendo che avrebbero potuto arrestarlo essendo il consolato zona extraterritoriale. Il ragazzo è uscito senza pagare e senza ottenere il titolo di viaggio».


La minaccia di arresto in ambasciata è abbastanza comune.
«Una mia amica eritrea – racconta Yoannes – si è recata al consolato per rinnovare il passaporto. Qui le hanno detto che per avere il nuovo documento doveva presentare anche la carta d’identità eritrea. Lei non solo aveva smarrito la carta d’identità, ma era in ritardo con i pagamenti del 2%. I funzionari sono stati inflessibili e le hanno detto: “O saldi il debito o non ti rinnoviamo i documenti”. Lei, che aveva già prenotato il volo di ritorno e pagato il biglietto, ha dato in escandescenze. Il console allora l’ha minacciata: “Tu non solo hai perso la carta d’identità, ma vieni qui a fare piazzate. Sai che se vogliamo ti arrestiamo e non ti facciamo più uscire dall’ambasciata?”. La ragazza è stata trattenuta fino a sera e poi le hanno dato il passaporto rateizzandole il pagamento».

DITTATURA DA ESPORTAZIONE
Questa imposta nasconde anche un forte controllo politico. Un controllo capillare che viene esercitato non solo dai funzionari dell’ambasciata, ma anche da persone all’interno delle singole comunità (presidenti, consiglieri, ecc.) che sono direttamente collegate con l’ambasciata e che lavorano per essa. Se, per esempio, un eritreo è disoccupato e non può pagare il 2%, l’ambasciata chiede all’interessato la certificazione di disoccupazione (da parte di enti italiani) oppure, in assenza della certificazione, la testimonianza di una di queste persone di fiducia per garantire che non sta lavorando. Lo stesso accade se un eritreo lavora «in nero». In questo caso solo una persona di fiducia dell’ambasciata può testimoniare presso l’ambasciata o il consolato che quell’eritreo ha un’occupazione precaria. Questo sistema alimenta un ampio giro di corruzione. Ai disoccupati o a chi ha un’occupazione «in nero» viene chiesta una tangente dalle persone di fiducia dell’ambasciata per attestare il loro status lavorativo.
È un controllo asfissiante che riguarda tutti i campi della vita degli immigrati. Negli archivi dell’ambasciata e dei consolati infatti non è solo registrato se il singolo eritreo ha pagato il 2%, ma anche se quello stesso eritreo ha o meno partecipato alle iniziative della comunità. «È un modo per controllarci – conclude Michael – e questi controlli fanno paura perché si temono ritorsioni nei confronti dei familiari rimasti in Eritrea. Si spiega così l’omertà che regna nelle comunità. Anche le autorità italiane però devono farsi carico delle loro responsabilità. Perché le questure non fanno distinzioni fra chi ha il permesso di soggiorno normale e chi invece è un rifugiato? Perché continuano a mandare i rifugiati in ambasciata per chiedere i documenti? È una situazione intollerabile che molti di noi ormai non accettano più. Ci siamo resi conto che non pagare non basta. Dobbiamo fare crescere la protesta in modo da costringere Asmara a non tassare più la diaspora. È uno scandalo che deve finire!».

Enrico Casale

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